i cani di via lincoln

un romanzo criminale

Archivio per novembre, 2010

La presentazione al Kursaal Kalhesa

Il video della presentazione del romanzo al Kursaal Kalhesa è disponibile su Youtube, spezzato in tre parti. Intervengono la giornalista di Repubblica Adriana Falsone e lo scrittore Gery Palazzotto. Letture recitate di Stefania Blandeburgo. Video: Parte 1 / Parte 2 / Parte 3.

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Lanterne rosse e kalashnikov e cani appesi ad una fune

Veronica Tomassini recensisce il romanzo su “La Sicilia”:

E’ il tenente Cascioferro dall’altra parte del cavo. Dice: “Guarda che abbiamo da fare, non è che siamo a Bolzano”. No, siamo a Palermo. Palermo, insanguinata da strane collusioni, massoni e mafia, lanterne rosse e kalashnikov e cani appesi ad una fune, nella via Lincoln. Cascioferro è un personaggio chiave, sono molti i personaggi, dettagliati (mai didascalici), drammaticamente precisi; snodi e ruoli, tant’è, impalcatura perfetta e stomaco da forti per il thriller-noir di Antonio Pagliaro, “I cani di via Lincoln”, quarto titolo della casa editrice milanese Laurana, nelle librerie dal 12 novembre. La scena con cui si apre il romanzo (che per l’autore arriva dopo un importante esordio, “Il sangue degli altri”, thriller edito da Sironi, ndr) inchioda il lettore, lo fa da subito, cruenta e verosimile, non risparmia il lettore, non deve. Eccola la trama, così come recita in pandetta: “ All’interno del ristorante Grande Pechino, due carabinieri scoprono un massacro, otto persone ammazzate e una donna in fin di vita. L’ultimo ha viso e mani spappolati e nessuno sa riconoscerlo. La superstite è in coma. Forse potrà raccontare, ma non ora”. Sappiamo che non darà tregua, ritmo fitto e respiro corto, quello del lettore, perché l’autore invece, Pagliaro, ha il respiro lungo dei narratori di razza.“I cani di via Lincoln” va parecchio oltre un testo di genere. La trama psicologica non è da meno rispetto ad altri diktat, il piano narrativo non ha un cedimento, ritmo dicevamo, coerenza, non una sbavatura. La prima scena è un incipit che detona, una donna torturata – si scoprirà in breve che era una madre – sangue raggrumato ovunque, tre ragazzini cadaveri sul pavimento, i figli probabilmente. E’ un olocausto, è solo un breve preludio (o forse una postfazione degli eventi che saranno), ma è già tutta lì la potenza di questo thriller, che rispetta ogni piano, la griglia di un giallo, l’intensità e la velocità del thriller, i passaggi del noir. Antonio Pagliaro, fisico nella vita, palermitano, si conferma con questo secondo romanzo una delle voci più interessanti della narrativa di genere. Sul romanzo, ancora: non aspettiamoci un finale consolatorio, questa è una storia nera, l’efferatezza, l’omicidio, non scatenano e non decidono il countdown di indizi in scala per una giustizia definitiva. Affatto. E’ un thriller terrificante, sofisticato, ogni tassello preciso, inserito nel suo ordine criminale, “I cani di via Lincoln” merita l’attenzione dei lettori, al di là della fetta dedita al genere. E anche l’autore merita tutta l’attenzione, questo scienziato appassionato di Manchette (“Maestro del noir, ha reso perfetto lo stile scarno, pochi aggettivi, pochi avverbi”) e Saramago (“che non taglia le frasi, semmai le aggiunge, ma è Saramago”). Pagliaro racconta una storia terribile, racconta il nostro mondo, la nostra società che ha fallito, e nulla riscatterà la nobile causa della giustizia.

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Misteriosa come una prostituta nigeriana, falsa come una borsa made in china, pericolosa come una notte in via lincoln

Vladi recensisce I cani di via Lincoln su Anobii:

“Appena aperto il libro ho letto il suo nome e un’onda calda ha invaso il mio cuore. Eccolo lì, in cima alla lista dei personaggi, il tenente Cascioferro è tornato e la voce della giustizia non rimarrà inascoltata.
È lui il protagonista di questa nuova indagine. No, forse la vera protagonista è Palermo, calda e sporca come sempre. No, ancora non ci siamo, la vera protagonista è la mafia.
Niente di nuovo direte voi, se il romanzo si svolge a Palermo e non parla di mafia, di cosa dovrebbe parlare, di cucina cinese? Sì, forse avete ragione. Ma cominciamo dall’inizio…. Beh in realtà, nel libro, la storia viene raccontata dalla fine e la prima scena è proprio brutta. Tanti morti e alcuni sono troppo giovani per essere già morti. Sono solo dei bambini. Nino Cascioferro non ce la fa più, non la capisce questa vita. Ma questa gente, invece, la conosce bene. Conosce la mentalità della mafia, c’è nato e cresciuto. Capisce il perché di ogni gesto, di ogni omicidio e se non lo capisce adesso, è certo che lo capirà in seguito. Ma quei bambini però. No, questo rospo non riesce proprio a mandarlo giù.
Vuole prendere quegli assassini con le sue mani e farli a pezzi. I suoi uomini lo aiuteranno, ne è certo. Ma non lo farà, Nino no, quei pezzi cercherà invece di metterli insieme. Seguendo una scia di sangue e involtini primavera, scoprirà decine di cadaveri, così tanti da non riuscire a dargli un nome, per giungere infine alla solita agghiacciante conclusione. È solo una questione di soldi.
Il coinvolgimento nelle vicende arriverà immediato e non vi lascerà scampo, così come non ve lo lasceranno i capidecina di corso dei mille. Ogni colpo di scena sarà inatteso ma mai inverosimile e per qualche istante fermerà il vostro fiato, lì, già fuori dai polmoni ma incapace di arrivare al la bocca (a me è successo a pag.114).
Leggetelo se vi va, ma qualsiasi cosa ne pensiate, ricordate che questa è Palermo. Misteriosa come una prostituta nigeriana, falsa come una borsa made in china, pericolosa come una notte in via lincoln”.

Pagliaro ritorna tra le strade di Palermo e gioca splendidamente le sue carte

Enzo Baranelli su Cabaret Bisanzio e Anobii:

“Dopo “Il sangue degli altri” (Sironi, 2007), Antonio Pagliaro ritorna tra le strade di Palermo e gioca splendidamente le sue carte. L’ambiente reso nei dettagli senza diventare il protagonista, una trama allucinata e realistica, e personaggi dotati di carattere, dalla più umile comparsa ai primi attori della storia.

Il romanzo offre una visione inusuale degli eventi. Il punto di vista narrativo, pur facendo perno sul tenente dei carabinieri occupato delle indagini, si sposta su altri protagonisti essenziali alla vicenda offrendo un racconto corale, ma senza le discontinuità o la fatica dell’alternarsi dei punti di vista. Pagliaro adotta un nuovo stile per riprendere i personaggi de “Il sangue degli altri”, la cui lettura non è indispensabile per la comprensione de “I cani di via Lincoln”. Lo stile si fa più sintetico: di fronte a un lettore bombardato di informazioni, l’autore sceglie la strada di mostrare senza commentare (a parte le straordinarie uscite del tenente Cascioferro, che però sono un riuscito alleggerimento in un contesto assai cupo). Che fine fanno i cinesi morti? Ve lo sarete chiesti. Personalmente pensavo finissero nei ravioli al vapore, invece Pagliaro dà una risposta più convincente all’enigma. Alle solite collusioni mafiose, l’autore de “I cani di via Lincoln” affianca una trama a tinte forti, che colpisce per l’eleganza della forma contrapposta a una brutalità di cui non si nascondono gli effetti. Il testo nel finale richiama l’inizio in una ricerca, in due precise occasioni, di una circolarità che è utile per evocare nel lettore fatti già noti e non è solo puro artificio stilistico. Un romanzo sofferto (si veda l’apertura) e vissuto. La mafia infiltrata nel tessuto del vivere quotidiano perde ogni caratteristica alla Mario Puzo, diventando lo sfondo in cui il noir muove i suoi personaggi, sempre rivolti all’ambizione di intravedere nel domani un giorno migliore. Tutti, senza differenze tra buoni o cattivi.”

273 pagine che vorresti non finissero mai

Tonino Pintacuda parla del romanzo “I cani di via Lincoln” su Pupi di Zuccaro:

“ll romanzo intreccia con maestria la mafia e la massoneria alle società segrete della grande Cina. Otto persone sono state massacrate a colpi di Kalashnikov in un ristorante cinese di via Lincoln, una donna è in fin di vita. Chi sono i cani di via Lincoln? Sono i fratelli Trionfante, Saro e Innocenzo, rispettivamente capomandamento e sottocapo di Corso dei Mille. A indagare sulla strage saranno il tenente Cascioferro, il giornalista Lo Coco e la sostituta procuratrice Elisa Rubicone. Riusciranno a venir a capo dei misteri che legano Cosa Nostra ai cinesi che non muoiono mai? 273 pagine che vorresti non finissero mai. La conferma del talento di Pagliaro e la scoperta dell’elegantissima veste editoriale della collana rimmel della Laurana curata da Daniele Ceccherini”.

Leggi tutto qui.

I cani di via lincoln

Il romanzo I cani di via Lincoln scritto da Antonio Pagliaro e edito da Laurana è (dovrebbe essere) da oggi disponibile nelle librerie. Certamente lo è su ibs. Per gli anobiani una copia è già in catena di lettura. Qui il thread dove è possibile iscriversi.

Alcune persone sono state fondamentali per la scrittura del romanzo. Voglio ringraziarle anche qui, dopo averlo fatto nell’ultima pagina del libro.

Dunque ringrazio Nicolò La Rocca, Edo Grandinetti, Sauro Sandroni (massimo esperto di noir, e vedrete quando uscirà il suo romanzo), Elisabetta Rubicone ed Elisa Bolchi per avermi letto con attenzione. Ognuno di loro mi ha dato suggerimenti che hanno migliorato il libro. Alcuni di loro hanno anche prestato il nome a personaggi del romanzo. Mi scuso con i personaggi che ho trattato male.

Enzo Baranelli, alias Enzo B. di Anobii, è autorevole recensore e la sua recensione preventiva mi è stata di grande aiuto. Grazie Enzo.

Grazie al maestro Luigi Bernardi per avermi letto e aver accresciuto la mia autostima. E scusa Luigi se poi sono andato da un’altra parte.

Alberto Custerlina, da bravo noirista, mi ha dato preziosi consigli.

Grazie a Gery Palazzotto e a Raffaella Catalano ho avuto copia della tesi di laurea del poliziotto I.M.D. sulla criminalità cinese a Palermo. Mi è stata molto utile.

Grazie a Silvia Brunelli, a Sarah Daphne Baldassini, a Cristina Popple per la perseveranza.

Grazie a Lillo Garlisi per averci creduto subito. Ha letto il manoscritto e ha detto: si fa. Senza infinite e snervanti riunioni di redazione. Grazie a Gabriele Dadati, per l’editing accurato e per tutto il resto. E tutto il resto sono un sacco di cose. Gabriele, a Laurana, non si ferma mai.

La foto di copertina è del grande fotografo Franco Zecchin. Si chiama “Ospedale psichiatrico di Palermo, 1983”. Quando la vidi, me ne innamorai. Chiesi se era possibile usarla. A Laurana di queste cose di occupa Daniele Ceccherini. Contattò l’agenzia francese che detiene i diritti. Quelli, forse perché li abbiamo battuti ai mondiali, chiedevano un sacco di soldi. Alla fine però Ceccherini l’ha spuntata. Grazie Daniele.

Marina Rossi e Francesca Zelli della redazione di Laurana hanno letto e riletto le bozze correggendo un sacco di refusi.

Grazie a Giulio Mozzi, grande maestro. Intanto perché mi ha portato a Laurana quando gli unici a conoscere Laurana erano i fondatori. E poi perché Giulio è così: legge il romanzo su un treno, ti telefona e ti spiega cosa non va. Ti fa vedere ogni cosa da una prospettiva diversa, e tu ti accorgi che ha sempre ragione. Un uomo indispensabile.

Grazie a tutti loro.
E grazie a chi leggerà il romanzo.