i cani di via lincoln

un romanzo criminale

Archivio per dicembre, 2010

Dedicato a chi pensa che il noir sia morto

Su “L’angolo nero“, uno dei blog più seguiti dagli appassionati di noir, Alessandra Buccheri recensisce “I cani di via Lincoln”.

“In queste giornate palermitane ho letto (non del tutto casualmente) i cani di via lincoln (scritto proprio così, senza maiuscole), secondo romanzo di Antonio Pagliaro. Il manoscritto ha avuto una gestazione piuttosto lunga – della quale mi piacerebbe parlasse l’autore – per approdare infine a una nuova casa editrice, Laurana. Il risultato finale è decisamente buono: trattasi infatti di un noir realistico ambientato a Palermo, terra di mafia e di paradossi.
Siamo nella primavera inoltrata del 2007 e in un ristorante cinese viene sterminata un’intera famiglia di “gialli”, più un giornalista siciliano e sua moglie. Le indagini ufficiali procedono molto lentamente per via di qualche intoppo burocratico e di un procuratore, Elisa Rubicone, donna, giovane e per di più “forestiera” (uno dei personaggi più interessanti del romanzo); le indagini parallele del giornalista Corrado Lo Coco sono parzialmente più interessanti, ma il tutto si blocca davanti al muro insormontabile della differenza linguistica e culturale. La comunità cinese, le cui dinamiche sono solo parzialmente note, alza un muro di omertà degno della miglior mafia; dal canto loro sono proprio le famiglie mafiose che contestano il polverone sollevato dalla strage (“Non c’è stato tanto ragionamento e non c’è stata tanta educazione”): l’offesa va risarcita, l’ordine va ripristinato e su tutto deve calare presto il velo dell’oblio, affinché gli affari sotterranei possano riprendere il loro corso normale.
Al tenente Cascioferro, che si dibatte tra visioni di femmine conturbanti e la stanca quotidianità con la moglie Giovanna e il criceto Cossiga, l’onere di portare a termine un caso in cui “nessuno è innocente”.

Pagliaro ha mantenuto la vena ironica e insieme la critica sociale già presenti in Il sangue degli altri ed è rimasto solidamente sulla strada del noir “senza speranza”. Corrado Lo Coco, protagonista del primo romanzo, perde di centralità a favore della squadra investigativa di Cascioferro mentre dal lato dei cattivi assumono maggiore rilievo le dinamiche mafiose (le riunioni, gli intrecci con la politica, la massoneria e le altre associazioni criminali, le motivazioni a delinquere). Lo spunto iniziale – un dato reale, come spiegato alla fine del romanzo – è valido e non troppo sfruttato e Pagliaro è bravo a sviscerarne le implicazioni, così come è bravo nel non “affezionarsi” ai suoi personaggi al punto da sacrificarne – inaspettatamente – più d’uno.

In queste giornate di festa consiglio di ritagliarvi il tempo per leggere i cani di via lincoln: ha una “voce” particolare e interessante, ritmo veloce e “verve”.
Dedicato in particolare a chi pensa che il noir sia morto e a chi trova che il noir italiano sia un po’ fiacco, perché possano cambiare idea”.

Top five

topfive
Mentre “I cani di via Lincoln” entra nella classifica dei libri più venduti (scarica il pdf della pagina) di Repubblica Palermo – al quinto posto – del libro parlano Adriana Falsone su Balarm (scarica il pdf) e Cristina Di Bonaventura su Corpi Freddi – blog di letteratura noir.

Adriana Falsone: “Otto persone vengono massacrate a colpi di Kalashnikov in un ristorante cinese di via Lincoln, una donna è in fin di vita. A indagare sulla strage saranno il tenente Cascioferro, il giornalista Lo Coco e il sostituto procuratore Rubicone. Mafia, massoneria e politica in “I cani di via Lincoln” di Antonio Pagliaro un intreccio di azione tutta siciliana. Com’è possibile che non si celebrano mai funerali cinesi? Dietro la strage c’è molto di più di una semplice vendetta. C’è un gioco di interessi che non risparmia nessuno, soprattutto la politica del malaffare che si appropria di tutto e di tutti. Traffico d’organi, giustizia sommaria e sanità corrotta e distorta. Fatti veri, o quantomeno assolutamente verosimili”.

Cristina Di Bonaventura:”Signori miei, intanto vi ringrazio con cuore di essere venuti e sono contento di trovarvi a tutti in buona salute, come lo stesso grazie a Dio posso dire di me. Ricordiamoci sempre che Cosa nostra discende direttamente dall’apostolo Pietro e cerchiamo sempre di essere degni di lui. In ogni famiglia che si rispetti deve regnare sempre l’armonia e armonia significa pure che possiamo riunire in buona salute. Io amo la Famiglia e amo Cosa nostra e la voglio vedere sempre unita. Purtroppo però stanno succedendo cose tinte che con l’aiuto di Dio non devono succedere.

Via Lincoln è della Famiglia Trionfante, i fratelli Saro e Innocenzo Trionfante, rispetttivamente capomandamento e sottocapo di Corso dei Mille. I negozi versano il pizzo a saro Trinfante e a lui tocca proteggerli. Se c’è da compiere un omicidio in via Lincoln è a Saro Trionfante che va chiesto il permesso. Se qualcuno sgarra in via Lincoln, è Saro Trionfante a doverlo punire, i cani li chiamano. E due cani impiccati alle lanterne del ristorante Gran Pechino sono un chiaro avvertimento. Il giorno dopo, la strage. Otto morti e mezzo crivellati di colpi, sei cinesi, un uomo con la faccia spappolata quindi irriconoscibile, un giornalista italiano, Sortino, e sua moglie l’unica sopravvissuta ma messa parecchio male. Mafia italiana e mafia cinese. Il tenente dei Carabinieri Nino Cascioferro sa come funzionano le cose a Palermo, sa che una strage di questo stampo deve per forza essere stata ordinata da Saro Trionfante, ma perchè, e contro chi. Forse il giornalista stava indagando troppo a fondo negli affari della mafia? Forse l’obiettivo erano proprio i cinesi? O forse ipotesi remota e assurda i Trionfante non c’entrano niente? Si trova a collaborare con la sostituta procuratrice Elisa Rubicone ma lei è toscana, cosa ne vuole sapere di come funziona in Sicilia, fino a fin dove ci si può spingere con le indagini senza finire ammazzati in un strage. Lei non sa che ci sono equilibri che non si posso rompere. La scoperta di decine di cadaveri e pollici congelati nello scantinato del ristorante complica ulteriormente le cose e il rischio è quello di doversi muovere su un terreno minato. In tutti i sensi.

Con un ritmo serratissimo Antonio Pagliaro ci addentra nel mondo della mafia e in quello dei cinesi. Scritto bene, con un linguaggio così scarno e diretto, senza parole di troppo, che a tratti sembra di leggere il verbale di un inchiesta che riporta i fatti in maniera sintetica. I capitoli, oltre alla normale numerazione, hanno il titolo “i cani” e “via Lincoln” a seconda se il punto di vista narrativo è quello delle Famiglie o di Cascioferro e delle indagini. Molti sono i personaggi che si muovono in questa storia (all’inizio c’è un elenco dei personaggi principali) e tutti, anche quelli marginali, hanno carattere e grinta. Massoneria, politici collusi “La sconfitta della mafia è vicina. La dobbiamo alle nuove generazioni perchè sono i giovani, questo straordinari giovani che incontro ogni giorno, la nostra speranza e verso di loro abbiamo un debito di un futuro di speranza e di fiducia, un debito che come presidente sento particolarmente mio. E qui ribadisco, da cattolico, che il nostro impegno contro la criminalità deve andare oltre, perchè da cattolici non possiamo accettare la cultura di morte della mafia” e colpi di scena a ripetizione che mi hanno fatto rimanere con il fiato sospeso e uno in particolare, il respiro me lo ha proprio tolto. Tutto in 273 pagine da cui è veramente difficile riuscire a staccarsi e che vi consiglio assolutamente di leggere”.

Al palermitano di Cosa nostra invece sì, importa e come

Il magazine “Eventi”, allegato del quotidiano “La Sicilia”, ha dedicato due pagine al romanzo “I cani di via Lincoln” (e qualche riga a “Il giapponese cannibale”) nel numero in edicola dal 12 dicembre. Il pdf si può scaricare qui. Di seguito l’intervista di Tiziana Lo Porto.

Palermitano, classe 1968, Antonio Pagliaro ha vissuto a Roma, Catania, Edimburgo, Copenhagen e Utrecht. Poi è tornato a Palermo dove fa il ricercatore fisico. E lo scrittore. I cani di via Lincoln (Laurana editore) è il suo secondo romanzo, ambientato nella Chinatown di Palermo. “La mia idea era scrivere un romanzo di mafia – racconta Pagliaro – inserirci i cinesi mi è sembrato intessante perché i cinesi che non capiscono introducono un evidente motivo di conflitto. Se non percepisci la minaccia, è necessario renderla più grande o passare all’azione”.
Perché ha scelto l’arma dei carabinieri per il suo Cascioferro?
“La risposta più onesta è: non lo so. Forse perché quasi sempre il giallo italiano ha scelto la polizia? Forse perché ho copiato Sciascia? Però no, non c’è un motivo preciso. Se c’è, non me lo ricordo”.
Nel costruire Cascioferro si è ispirato a qualcuno?
“No”.
E nel costruire il personaggio di Corrado Lo Coco?
“Nemmeno. Tuttavia mi è successa una cosa strana. Al contrario che ne “I cani di via Lincoln”, nel primo romanzo, “Il sangue degli altri”, Lo Coco è protagonista e Cascioferro comprimario. Lo Coco fa un viaggio nella ex Urss, soprattutto in Cecenia. A romanzo pubblicato, trovai e vidi il film Cecenia (un film semisconosciuto come tutto ciò che parla di Cecenia) dove Gianmarco Tognazzi interpreta Antonio Russo, un giornalista ucciso mentre indagava sulle guerre cecene e colpevolmente dimenticato. Ecco, il personaggio di Tognazzi è anche fisicamente molto simile a come io avevo immaginato il mio Lo Coco”.
Il ristorante Grande Pechino che descrive nel romanzo, esiste veramente?
“No, o almeno se esiste io non lo so”.
Facendo ricerche per scrivere il romanzo si è fatto un’idea di quanto sia grande la comunità cinese a Palermo?
“Nella tesi di laurea citata alla fine del libro c’è un dato: nel 2001 il numero dei permessi di soggiorno rilasciati a cinesi in Italia è stato di 56208 di cui solo 229 a Palermo. Pochi: i cinesi non amano venire in Sicilia. Malgrado questo, in quasi dieci anni, i cinesi di Palermo sono già diventati quattromila. La zona di insediamento è sempre la stessa: via Lincoln. Nei primi anni 2000 erano pochi negozi, adesso sono quasi tutti”.
Secondo lei ai palermitani gliene frega qualcosa delle attività (lecite o meno) dei cinesi che vivono a Palermo?
“Dipende cosa intende per palermitani. Al palermitano medio no, non importa nulla. Si compra i jeans a buon mercato e finisce lì. Al palermitano di Cosa nostra invece sì, importa e come”.
Ha amici tra i cinesi che vivono a Palermo?
“No”.
Ha vissuto in giro per il mondo e poi a un certo punto è tornato a Palermo – quando è tornato c’era già la Chinatown che descrive nel romanzo?
“La Chinatown che descrivo nel romanzo è una Chinatown di fantasia e non credo che esista nemmeno adesso. Non credo in una presenza delle Triadi a Palermo. Fonti investigative dicono che non ci sono, almeno non ancora. I reati dei cinesi palermitani sono piccola cosa: falsificazione di marchio, contraffazione e violazione dei diritti d’autore. Tuttavia pare che esista comunque un’organizzazione con a capo un cinese “regolare” noto per la sua Mercedes e proprietario di un lussuoso appartamento, denunciato qualche anno fa nell’operazione “Estremo Oriente”. Forse è lui San Chu, la Testa del Drago, il numero 489? Se è lui, ne sentiremo parlare”.
Di mestiere fa il ricercatore fisico – quando scrive?
“La prima stesura sempre nei mesi estivi. E’ un momento che richiede concentrazione esclusiva. Dunque svegliarsi e andare a dormire con il romanzo in testa. Il resto, successive stesure e revisioni, riesco a farlo nel resto dell’anno nei ritagli di tempo”.
Quanto incide il mestiere che fa in quello che scrive?
“Potrei rispondere con una frase a effetto. Qualcosa come: scrivere un romanzo è un’indagine, come è un’indagine fare ricerca. Ma non lo faccio, perché alla fine credo che non ci sia davvero una relazione. Forse soltanto il rigore. Però magari è al contrario: il rigore, che in narrativa per me si traduce in asciuttezza della scrittura e precisione, non viene dalla formazione scientifica. Semmai è la scelta di una carriera scientifica che deriva dal bisogno di rigore e di precisione, bisogno che sento anche nella scrittura”.
Perché ha deciso di tornare a Palermo? Di solito chi va via, poi non ci torna.
“Se è vero che chi di solito va via poi non torna, è vero perché la maggioranza di chi va via non ha poi la possibilità di tornare. Siamo sempre una regione economicamente depressa. Credo invece che chi può tornare, almeno nella metà dei casi, torna. E’ la vecchia storia dei siciliani di scoglio e di mare. Io sono siciliano di scoglio, ho potuto scegliere e ho scelto di tornare, soprattutto per motivi familiari. Per la rete di affetti e perché mi era impossibile pensare di stare lontano dai miei genitori che invecchiano. C’è poi il fatto che al tempo in cui sono tornato Palermo sembrava vivere un rinascimento civile e culturale. Poi, poco dopo il mio rientro, forse per dispetto, i palermitani hanno scelto di votare il peggior sindaco della storia che ci ha velocemente precipitati nel baratro”.
In gennaio uscirà un suo nuovo racconto, Il giapponese cannibale (Senzapatria editore). Può anticipare qualcosa sulla trama?
“Il giapponese cannibale è la storia vera di Issei Sagawa, uno studente giapponese che nel 1981 viveva a Parigi per un corso post-laurea. Un giorno invitò a casa un’amica olandese di cui era innamorato per farle leggere poesie in tedesco, la uccise e la mangiò. E’ una storia terrificante non solo per l’omicidio e il cannibalismo, ma anche per tutto ciò che vi sta intorno, prima e dopo. L’infanzia del giapponese e la storia della sua vita dopo l’omicidio: il rientro in Giappone da uomo libero, il suo diventare recensore gastronomo e relatore al convegno “Cannibalismo e società post industriale” all’università di Tokyo. La sua carriera di pittore che firma i quadri con coltello e forchetta. La sua carriera di attore e regista porno: le immagini di un film lo mostrano, in un panorama di mulini a vento, leccarsi le labbra di fronte a una giovane olandese nuda. Il suo farsi ritrarre con la maschera di Hannibal e non ultima la sua trasformazione in autore cult di romanzi di successo”.

L’anti Montalbano per eccellenza

Uno spietato ma realistico spaccato della Palermo dei giorni nostri. Un noir che si può quasi definire di inchiesta. La perfetta caratterizzazione dei personaggi, l’adozione del linguaggio locale, l’intreccio tra mafie nuove e vecchie, massoneria e servizi deviati. Pagliaro affronta con piglio giornalistico la stesura di un noir/thriller che ci lascia senza fiato e ci impedisce di posare il libro sul comodino senza averlo finito. Il ritmo sincopato degli avvenimenti, la vera descrizione della natura delle forze dell’ordine. E’ brutto fare paragoni ma Pagliaro si può definire l’anti montalbano per eccellenza e questo è certo il suo più grande pregio. E’ spietato in tutto nelle sue descrizioni negli interrogatori nel linguaggio crudo. Una scrittura graffiante grazie anche all’uso del dialetto. Quello che lascia l’amaro in bocca è il finale che purtroppo e chissa ancora per quanto tempo sarà sempre quello. Un ottimo libro da leggere tutto in un fiato.

(Recensione di Riccardo Sedini su GialloMania)

Ti inchioda con uno stile asciutto, un ritmo senza tregua e una regia impeccabile fin dall’incipit

Su Mangialibri la recensione di Maria Ferragatta:

“In via Lincoln due cani impiccati alle lanterne rosse del ristorante Grande Pechino oscillano dolcemente nella brezza notturna. Si tratta di un avvertimento. Quella zona di Palermo è un mandamento del boss Saro Trionfante, dove è lui e solo lui a fare il bello e il cattivo tempo. Forse però i cinesi non colgono il messaggio. O forse credono di poterlo ignorare. Fatto sta che le conseguenze non si fanno aspettare ed è strage al Grande Pechino. Il tenente dei carabinieri Nino Cascioferro, sbattuto giù dal letto alle tre e mezza del mattino, una volta sul posto fa la matematica del delitto: otto persone crivellate come un colabrodo da una sventagliata di kalashnikov e un’altra in fin di vita. Arriva anche il magistrato di turno, Elisa Rubicone, notevole malgrado gli occhi impastati di sonno, e Cascioferro, benché ci siano cadaveri maciullati dappertutto, non può fare a meno di notare quanto siano grandi le sue tette. S’immagina che non sarà semplice condurre le indagini con quella polposa fiorentina. Venendo dal continente, la Rubicone ignora che certi delitti in odore di sgarro possono innescare conseguenze a catena da cui sarebbe preferibile tenersi a rispettosa distanza. Infatti l’ammazzatina al ristorante è solo la punta dell’iceberg di un guaio molto più grosso. Indizi e intercettazioni tirano in ballo Salvino Cusimano, presidente della Regione. Lui sa chi sia stato a sparare e perché, e ha il suo tornaconto a fare in modo che la faccenda si fermi al pm senza farci entrare la sbirraglia. Non deve assolutamente saltare fuori quello che succede a Villa Santa Rosalia, clinica di cui Cusimano condivide la proprietà col capo di Cosa nostra don Leone Davì sotto la protezione del Vecchio, ossia il Maestro venerabile Carlo Angelo Privitello. Cascioferro e la Rubicone stanno per mettere le mani su un affare scottante. E l’esperienza insegna che chi tocca il fuoco si brucia… I cani di via Lincoln è un libro che mette paura, ma paura sul serio. Nessun killer psicopatico può essere così spaventoso come questa strisciante connivenza fra mafiosi, politici e massoni che s’ingrassano (non solo di cannoli alla ricotta) e prosperano stringendo alleanza con la malavita cinese. Qui non c’è nulla dell’epica decadente del Padrino di Mario Puzo, solo la realtà nuda e cruda di una delinquenza stratificata ed espansa che strangola i bambini e li scioglie nell’acido. Vorresti che non arrivasse mai alla fine questo poliziesco duro e trucido, e non solo perché ti inchioda con uno stile asciutto, un ritmo senza tregua e una regia impeccabile fin dall’incipit, che anticipa circolarmente una delle ultime scene clou. Il fatto è che preferiresti procrastinare la conclusione perché già sospetti che, quando verrà, non premierà né i buoni né gli eroi. Sia chiaro, i giusti ci sono e Nino Cascioferro ed Elisa Rubicone ne sono due lodevoli esemplari. Il tenente con le sue ascelle sudate profumate di Drakkar Noir, il riporto scapigliato e i retaggi da maschio siculo che lo rendono molto sensibile dall’ombelico in giù alle femmine procaci. La procuratrice con la sua solitudine forzata di donna sotto scorta ma senza un uomo accanto, lo yogurt magro con cui tappa la fame di qualcosa che non ha, la caparbia tenacia di far valere la legalità in quell’isola omertosa dove per tanti la legge è un optional. Sì, i giusti ci sono ma restano al livello più basso della scala gerarchica. Più in alto c’è sempre qualche potente delle logge, delle istituzioni o dell’onorata società che tira le fila e con un ordine impartito a mezza bocca fa saltare per aria una testa scomoda, e non solo per metafora. Nella nota di prammatica Antonio Pagliaro si è premurato di assicurare che questa storia è finzione al cento per cento e che qualsivoglia riferimento è da ritenersi puramente casuale. Eppure tutto sa anche troppo di verità, una verità che insieme allo sconcerto smuove dentro una salutare incazzatura verso tutti i loschi intoccabili che da Sud a Nord lucrano col nostro destino. Qualcuno ha detto che la mafia italiana è la più conosciuta del mondo grazie al “supporto promozionale” (parole testuali) di tutta la letteratura in proposito, Gomorra in testa. I cani di via Lincoln potrebbe cacciare a questo illuminato sentenziatore un altro sassolino nel rialzo delle scarpe. Noi crediamo che si possa dare un segnale forte contro la mafia e i suoi autentici caporioni anche con la buona letteratura. Antonio Pagliaro lo ha fatto”.

Un linguaggio fluido, efficace, intenso, con riuscitissimi dialoghi dalle incidenze locali e con tratteggi psicologici magistrali

Marilù Oliva recensisce il romanzo sul blog Carmilla on line.:

“i cani di via lincoln” (tutto in minuscolo) di Antonio Pagliaro è una storia di mafia ma soprattutto di umanità diverse in cui la criminalità spadroneggia con la collusione di potentati locali, politici, massoni e dell’usuale bassa manovalanza. In primo piano Palermo e le sparatorie, Palermo e i corpi crivellati, Palermo coi suoi quartieri caldi di fine maggio e i marciapiedi coperti da montagne di sacchetti di immondizia. Romanzo polifonico: tra le altre voci, un tenente dei carabinieri dalla moglie bruttissima, un giornalista, una sostituta procuratrice dal seno prosperoso, un presidente della Regione Sicilia, Salvino Cusimano, ora politico di destra ma che un tempo era stato fascista e poi si era piegato a secondo dell’opportunità (e dell’opportunismo) del momento. Un uomo che si prodiga alle folle di questuanti e ammiratori, sempre pronto a concedere e, all’occorrenza, poi a chiedere il conto. La criminalità si integra all’ambiente e due cani che altalenano al vento diventano la proiezione di un più cupo disegno: «Una brezza di tre gradi Beaufort scendeva dai monti, scombinava i capelli di due innamorati in attesa di un treno alla stazione centrale, soffiava sugli alberi secolari dell’Orto botanico, increspava di onde il laghetto delle ninfee in fiore, muoveva le foglie delle piante carnivore, sollevava le carte che cittadini avevano gettato sulla via e, giunta quasi al termine di via Lincoln, cullava i due corpi impiccati alle lanterne rosse».
E se i cani penzolano dalle lanterne di un ristorante cinese, Grande Pechino, e, a breve tempo, nello stesso ristorante si consuma una strage – otto persone massacrate a colpi di kalashnikov e una donna è in fin di vita –, il mistero si carica di ineffabilità.
L’autore, palermitano classe 1968, al suo secondo romanzo dopo “Il sangue degli altri” (Sironi), mette in atto una storia cruda con la naturalezza di chi ne conosce gli epiloghi. Il suo è un linguaggio fluido, efficace, intenso, con riuscitissimi dialoghi dalle incidenze locali e con tratteggi psicologici magistrali (vedasi ad esempio il capoclan Saro Trionfante e il figlioletto battezzato alla mafia).

I cani di Pagliaro su I Love Sicilia

ilovesicilia-3-12-10I cani di Pagliaro. Il suo debutto con Sironi (“II sangue degli altri”, 2007) si era fatto notare, anche per un incipit memorabile. Per il suo bis, Antonio Pagliaro torna nella sua Palermo, spostandosi nelle vie della nuova Chinatown. Con “I cani di via Lincoln” (Laurana, 274 pagg, 16,50 €) il narratore palermitano si cimenta sul tema delle mafie, cinesi e nostrane, sugli intrecci perversi tra cosa nostra, politica e massoneria, disegnando personaggi credibili, dai protagonisti ai comprimari. Un romanzo che trasuda sofferenza, che prende le mosse ancora una volta da un incipit che colpisce dritto allo stomaco, che rivela una crescita rispetto al libro (già ben riuscito) pubblicato tre anni fa da Pagliaro, che parla di vìvi e di morti che non muoiono mai. La nuova casa editrice milanese Laurana, dopo il primo libro firmato dalla siracusana Veronica Tommasini. punta ancora sulla Sicilia. E fa bene.

(Salvo Toscano sul mensile “I Love Sicilia”. Scarica il pdf)