i cani di via lincoln

un romanzo criminale

Archivio per settembre, 2011

Intervista su Fattitaliani

Intervista di Giovanni Zambito per Fattitaliani (link).

“Mafia siciliana e cinese in un giallo ricco di colpi di scena con protagonista Palermo e i suoi personaggi, da Lo Coco a Cascioferro, dalla Rubicone a Saro Trionfante o Leone Davì a Bobby Internescional: è I cani di via Lincoln, secondo romanzo di Antonio Pagliaro edito da Laurana (pagg. 280, € 16,50). Il noir realistico è comincia nella primavera inoltrata del 2007 e in un ristorante cinese viene sterminata un’intera famiglia di “gialli”: otto persone ammazzate a colpi di kalashnikov e una donna in fin di vita. Sei dei morti sono cinesi. Uno è un giornalista italiano. L’ultimo ha viso e mani spappolati e nessuno sa riconoscerlo. La superstite è in coma. Il libro partecipa alla seconda edizione del Premio letterario “Torre dell’Orologio” di Siculiana. Fattitaliani ha intervistato Antonio Pagliaro.

L’incipit così forte l’aveva pensato subito?
No, non l’avevo pensato subito, ma sono tante le cose che non si pensano subito quando si scrive un romanzo. Direi la maggior parte di quanto poi viene pubblicato.

Quanto è funzionale al romanzo?
La scena è “funzionale al romanzo” in quanto, anche se in flashforward, introduce personaggi importanti e, credo, emozioni. Se intende che la scena sta in qualche modo fuori dal plot, allora non posso che dire: sì, è vero, ma ciò non cambia la sua funzionalità.

Sono suoi i dubbi che hanno Cascioferro e Rubicone sulla giustizia?
I personaggi sono appunto personaggi, i dubbi dei personaggi sono dunque dubbi dei personaggi. Ritengo dovere dell’autore sparire quanto più possibile. Se quei dubbi sono anche miei dubbi è pertanto irrilevante e soprattutto non deve evincersi dal testo.

A quale codice comportamentale mafioso corrisponde la “buona educazione”?
Non vorrei creare didascalie per la lettura del romanzo. Mi sembra che il lettore possa intuire da sé cosa vuol dire “educazione” per i personaggi del romanzo, siano essi mafiosi o no.

Cita lo storico quotidiano “L’Ora”: che ricordo ne ha?
Un pallido ricordo, per motivi anagrafici. Però non mi piaceva usare giornali attualmente in edicola. “L’Ora” è rimasto un nome che evoca battaglie civili, antimafia e resistenza, ed è ciò che mi serviva.

La strage del romanzo avviene il 23 maggio: qualche riferimento – anche involontario – a quella di Capaci?
Ancora una volta, niente didascalie. Eventuali riferimenti sono lasciati alla sensibilità del lettore.

Saro Trionfante aderisce ad “Addiopizzo” è vero e puro sarcasmo: non ci si può fidare neanche di queste associazioni?
Non è sarcasmo. Personalmente mi fido dei ragazzi di Addiopizzo, mi sembra gente in gamba. Però non mi stupirei se un Saro Trionfante esistesse davvero: non è certo una novità la mafia che fa l’antimafia. C’è un eccellente capitolo del libro “I complici” di Lirio Abbate e Peter Gomez che ne parla. È molto istruttivo.

A quale dei personaggi “positivi” si sente più vicino? e a quale fra quelli “negativi” guarda con più clemenza?
A nessuno: per me tutti i personaggi sono uguali, e credo che così debba essere per scrivere un buon romanzo.

Le canzoni citate nel libro sono la sua personale colonna sonora?
No, alcune mi piacciono, altre non mi piacciono per nulla. Sono la colonna sonora dei personaggi.

Come scrittore in che si vede diverso e più maturo rispetto al primo romanzo “Il sangue degli altri”?
In molte cose. Nella lingua, nella gestione della trama, nella capacità di inventare buoni personaggi, nell’asciugare il testo il più possibile (cosa che ritengo fondamentale). Ogni romanzo deve essere migliore del precedente, credo sia un dovere”.

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Continente Sicilia

Intervista di Fabrizio Blandi per Sicilia on Line.

“Cos’è la Sicilia? Cosa la sicilianità? Da sempre gli scrittori nostrani si interrogano sul tema. Dai veristi ai post-moderni, la Sicilia ha fatto scrivere ai Siciliani (e non solo, si badi bene) pagine. Questa terra, che è un’isola, ma non troppo, è, forse meglio, uno stato d’animo. Essere siciliani è vivere l’isolanità con peculiare senso di orgoglio e ad un tempo di arrendevolezza e contrarietà verso una situazione a tratti penalizzante, un isolamento cercato e rifuggito. Cosa possono fare pensare infatti i conti Fabrizio del ben noto “Gattopardo”, Francesco Paolo Perez e l’abate Vella del “Consiglio d’Egitto”?

La Sicilia è nella testa, allora, così tanto che non può andarsene: c’è e ci resterà per sempre. È un codice linguistico, un modo di fare, urtante alle volte, che può portare a morire anche. Ma la sicilianità, al di là delle retoriche, non è quella dei luoghi comuni (pizza, mafia, mandolino), ma un senso più ampio, che coinvolge indifferentemente vittime e carnefici, mafiosi e uomini di legge. Non appartiene in percentuale maggiore all’una o all’altra categoria, lo è, semmai, in maniera differente. La sicilianità è un vestito, e come tale sta ad ognuno in maniera differente. Il nostro, quello di questa rubrica, sarà un viaggio attraverso la sicilianità, attraverso la vita in questa terra, non seguendo – si spera – canoni tradizionali.

Il nostro primo esempio di sicilianità è Antonio Pagliaro e il suo libro “I cani di via Lincoln”, edito da Laurana Editore.

Antonio, partiamo da questo: “Quando nessuno è innocente, fare giustizia non è possibile”, comincia così la recensione del tuo libro. Fare giustizia in questo momento in Sicilia è una cosa impossibile per via di questi Siciliani? Fare giustizia è impossibile perché gli attori in campo – mi riferisco al tenente Cascioferro e a tutti i carabinieri come Cascioferro – sono in realtà sono incapaci di uscire dalla loro “mentalità mafiosa”, in un certo senso, o è possibile fare giustizia anche a partire da queste condizioni?
Secondo me il punto non è che sono impossibilitati a uscire dalla loro mentalità mafiosa. Il punto è che sono imbrigliati in un sistema di collusioni che è troppo forte per singole persone, sia essa un carabiniere o anche un comando di carabinieri, così come un magistrato o un pool di magistrati. È difficilissimo sradicare queste collusioni, credo, ma non solo in Sicilia. L’arresto di Bisignani è una cosa veramente sorprendente per la profondità dell’inchiesta, per la capacità democratica del Paese, perché, dopo quasi vent’anni in cui in Italia comanda un gruppo di potere colluso, avere ancora questi anticorpi democratici che consentono di arrestare uno come Bisignani, di fare inchieste di questo tipo è quasi un miracolo. Significa veramente che i padri della Costituzione sono stati molto lungimiranti.

Ecco, parlando proprio di Bisignani, da quel che risulta dalle intercettazioni pubblicate, sembra quasi un cattivo grottesco, comico, sicuramente lo è molto più dei personaggi dei Servizi segreti deviati del tuo libro. È molto più “all’italiana”.
La storia si ripete sempre due volte: prima tragedia e poi farsa, come disse Karl Marx. Se pensi alla storia dei Servizi segreti in Italia e non solo, penso anche alla P2 e a tutti gli ambienti legati alla P2, è una storia di stragi. Bologna, Ustica e tante altre erano legate alla P2 o ai Servizi segreti deviati, c’era sempre una connessione. Questa è la prima parte, la tragedia. La seconda volta abbiamo una specie di comico a Palazzo Chigi, che certo è pericolosissimo, però è una specie di farsa, una replica in forma di farsa di quello che è avvenuto prima.

Secondo te la Sicilia, l’Italia è in grado di vincere la battaglia con le mafie o sarà sempre costretta a rimanere un passo indietro?
Il problema non è solo la mafia propriamente detta, quanto questa serie di relazioni mafiose o quasi mafiose che interessano ormai tutti i sistemi. Puoi arrestare cento latitanti, ma non hai fatto quasi nulla. Se si può sconfiggere è una domanda da un milione di dollari. Certo, come dicevo prima, la vicenda di Bisignani mi ha dato grande fiducia, vuol dire che gli anticorpi democratici sono ancora vivi. Per cui aspettiamo e vediamo. È possibile, ma non ci giurerei.

Com’è possibile per il cittadino comune, nei piccoli gesti quotidiani, ridimensionare, certo non sconfiggere, il fenomeno mafioso, paramafioso, massone?
Ci sono tante piccole cose che possono aiutare. Intanto non pagare il racket, se hai una piccola attività, è fondamentale. Non è facile, non si può chiedere a tutti di essere eroi, ma in certe zone “bene” della città è possibile, in questo momento storico, aderire ad AddioPizzo e non venire fucilati.

Ti interrompo. Fai dire al “cane di via Lincoln” che le sue società aderiscono ad AddioPizzo, perché lui il racket non lo paga, e quindi viene da pensare: se i mafiosi sono entrati nel sistema della legalità e dell’antimafia, che cosa bisogna fare?
Questa è una storia inventata, io non so se ci sono dei mafiosi che aderiscono ad AddioPizzo. Sicuramente, però, c’è un capitolo de “I complici” di Lirio Abbate che parla dell’antimafia fatta dai mafiosi. Un capitolo molto istruttivo. A parte questo, però, non pagare il racket è fondamentale non tanto perché sia rilevante per un’associazione che vive soprattutto di grandi affari e traffici. Alla fine il racket è poca cosa, ma rappresenta il controllo del territorio, ribadire che sono i padroni. Quindi togliere loro questa certezza è già molto. E poi bisogna evitare tutti quegli atteggiamenti per cui avere un amico in un ufficio ti consente di accederci, cosa che in Italia è difficilissimo da sradicare, anche perché purtroppo, se non hai un amico, accedere all’ufficio in Italia diventa quasi impossibile. Andrebbe riformata la società civile e i servizi, ovvero pensare all’accesso ai servizi come un tuo diritto, e i Siciliani in questo sono particolari, perché non ne hanno idea. Un funzionario di un ufficio pubblico che ti dà un servizio ti sta facendo un favore.

A proposito dei Siciliani, nella recensione del tuo libro per “Magazine 21” che ha fatto Ambra Carta, si parlava di codice linguistico, ossia del regno dell’incomprensione tra i tre piccoli “mondi”, i Cinesi, i mafiosi e le Istituzioni. Mi chiedo: è possibile cambiare le cose utilizzando il codice linguistico di queste associazioni, quindi capendolo e scardinandolo? Ma, con la mafia globalizzata, è ancora quel codice linguistico, quello tradizionalmente mafioso, ad essere il principale linguaggio delle mafie?
Se ci si riferisce alla mafia militare, è imprescindibile comprendere il codice. Capire sia il siciliano, sia il modo di parlare, molto allusivo. Giovanni Falcone da questo punto di vista era un vero esperto. Capiva così bene quei meccanismi che era difficile sfuggirgli. Poi ci sono le cosiddette camere di compensazione, ovvero dei livelli in cui la mafia parla con quelli che Scarpinato chiama i “sepolcri imbiancati”, i colletti bianchi, che magari non capiscono perfettamente il codice mafioso, ma hanno qualcuno che fa da tramite, per cui dipende dai livelli. La competenza più importante è quella economica, capire dove va il denaro, essere capaci di seguirlo, capire come viene riciclato, conoscere il funzionamento delle società off-shore, tutte cose estremamente complicate. Per un magistrato, che non ha una laurea in Economia, sono indagini complesse. Ci vogliono dei magistrati che capiscano di economia e finanza quanto esperti del settore e che siano capaci di leggere documenti finanziari anche in altre lingue.

Se le mafie hanno il potere economico, però, è l’Antistato a governare sullo Stato, almeno così pare. O ci sono delle isole felici da qualche parte? O, ancora, ci stiamo illudendo che tutto stia andando per il meglio, salvo poi essere riportati alla dura realtà dall’uccisione dell’eroe di turno?
In questo momento, sinceramente, non vedo eroi a cui si possa sparare. Ci sono delle sacche di resistenza molto attive, ma la rivoluzione deve avvenire dalla partecipazione popolare. Non si possono aspettare Falcone e Borsellino. Falcone e Borsellino diventano pericolosi quando riescono a seguire i flussi economici delle mafie, per questo muoiono, e quando la gente li segue, cosa che avviene solo dopo la loro morte, dato che prima erano osteggiati dalla Palermo bene. Oggi credo ci sia una reazione possibile. I referendum, le amministrative di Milano, eleggere Pisapia è qualcosa di incredibile, di eccezionale.

Come lettore mi sono chiesto quale sia stato da parte tua l’obiettivo che ti sei posto dalla scrittura de “I cani di via Lincoln”?
Volevo raccontare intanto una storia avvincente, dato che è l’unico modo per farsi leggere, e che raccontasse il fenomeno mafioso non a livello superficiale, ossia non la mano militare, i buoni e i cattivi ed una storia da fiction televisiva. Non questo, ma il livello più alto, quello appunto dei “sepolcri imbiancati”, come dicevamo prima, ovvero il rapporto tra la mafia e alcune parti della massoneria, il magistrato che sta in Procura ad ascoltare per riferire a chi di dovere, il carabiniere onesto che sa che ha un’intercettazione molto scottante e deve lottare e stare attento, perché da un momento all’altro può sparire per sempre.

Il tuo libro lascia un senso di frustrazione forte. Ad un certo punto il lettore si trova quasi a pensare, come il tenente Cascioferro, che non ci voglia la giustizia ordinaria per chi commette certe nefandezze, ma uno spirito violento, quasi da giustiziere mascherato. Tu stesso non ti sei arrabbiato a scrivere una storia del genere? Quanto è verosimile per te un’opportunità di reazione violenta?
Non credo che in Italia ci sia un pericolo di reazione violenta, almeno fino a quando si riesce a portare il pane a tavola, per quanto la povertà sia in aumento. Non è la mafia che può creare una reazione violenta, è la fame, la crisi economica, che ovviamente dipende anche dalla mafia, per quanto il popolo non abbia questa percezione e non colleghi subito la mafia a questa situazione. Anzi, a volte pensi il contrario: è la mafia dà lavoro. È più facile collegare la crisi al Governo e reagire violentemente contro il Governo, che non è esattamente la stessa cosa che farlo contro la mafia. Mi sono arrabbiato molto a scrivere una storia così, certo. L’Italia tra l’altro ha una tradizione di narrativa “consolatoria”, ovvero pubblica più facilmente racconti in cui alla fine tutto si risolve bene, più gialli che neri. Penso a Carofiglio, consolatorio per eccellenza, Camilleri, senza giudicare la qualità degli scritti, stiamo parlando solo di genere letterario. A me piace molto di più la letteratura che ti inquieta, ti lascia un fondo di amarezza e questo lo fa molto bene il noir francese, quello di J.P. Marchette, di André Héléna e di molti altri, cui io mi ispiro. Sono dei libri che per i nostri standard “finiscono male” e che, se in Italia li scrive un Italiano, non vengono pubblicati, perché l’editore pensa che un libro con un finale così amaro non venda.

L’ultima domanda. Fossi tu il legislatore, su quale problema concentreresti adesso la tua azione di governo, se volessi cambiare questo stato di cose?
Lasciamo perdere per un attimo la criminalità organizzata. Credo uno dei problemi su cui concentrarsi sia il precariato, gente che arriva a quaranta, cinquant’anni con contratti di lavoro rinnovati di sei in sei mesi. Questo ha una serie di ripercussioni non solo su loro stessi, ma sull’economia in generale e questo, quindi, è un tema importantissimo, perché le banche non concedono il prestito, non guadagnano sugli interessi, creando una serie di problemi a cascata. Paradossalmente credo saranno proprio le banche a risolvere il problema del precariato, dettando l’agenda politica a favore delle assunzioni. Ma ci sono così tanti problemi che non riesco a dare una vera priorità. In Sicilia parlerei di appalti, che vengono dati sempre agli amici degli amici, quindi fare una legge di maggior rigore, che preveda criteri di trasparenza più decisi di quelli attuali. E ancora la privatizzazione selvaggia. In questo senso sono “sovietico”: tutti i servizi devono essere dello Stato e devono ovviamente funzionare. Non bisogna fare in modo che non funzionino per poi cederli ai privati. L’acqua dev’essere dello Stato, le scuole devono essere pubbliche, la ricerca dev’essere pubblica, le Università devono essere pubbliche. Tutto ciò che è servizio deve essere pubblico. Uno Stato che funziona e che ti dà dei servizi pubblici adeguati, con una tassazione adeguata e con una lotta all’evasione fiscale che funzioni credo che non sia una cosa non fattibile. Non c’è la volontà”.

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