i cani di via lincoln

un romanzo criminale

Intervista su Fattitaliani

Intervista di Giovanni Zambito per Fattitaliani (link).

“Mafia siciliana e cinese in un giallo ricco di colpi di scena con protagonista Palermo e i suoi personaggi, da Lo Coco a Cascioferro, dalla Rubicone a Saro Trionfante o Leone Davì a Bobby Internescional: è I cani di via Lincoln, secondo romanzo di Antonio Pagliaro edito da Laurana (pagg. 280, € 16,50). Il noir realistico è comincia nella primavera inoltrata del 2007 e in un ristorante cinese viene sterminata un’intera famiglia di “gialli”: otto persone ammazzate a colpi di kalashnikov e una donna in fin di vita. Sei dei morti sono cinesi. Uno è un giornalista italiano. L’ultimo ha viso e mani spappolati e nessuno sa riconoscerlo. La superstite è in coma. Il libro partecipa alla seconda edizione del Premio letterario “Torre dell’Orologio” di Siculiana. Fattitaliani ha intervistato Antonio Pagliaro.

L’incipit così forte l’aveva pensato subito?
No, non l’avevo pensato subito, ma sono tante le cose che non si pensano subito quando si scrive un romanzo. Direi la maggior parte di quanto poi viene pubblicato.

Quanto è funzionale al romanzo?
La scena è “funzionale al romanzo” in quanto, anche se in flashforward, introduce personaggi importanti e, credo, emozioni. Se intende che la scena sta in qualche modo fuori dal plot, allora non posso che dire: sì, è vero, ma ciò non cambia la sua funzionalità.

Sono suoi i dubbi che hanno Cascioferro e Rubicone sulla giustizia?
I personaggi sono appunto personaggi, i dubbi dei personaggi sono dunque dubbi dei personaggi. Ritengo dovere dell’autore sparire quanto più possibile. Se quei dubbi sono anche miei dubbi è pertanto irrilevante e soprattutto non deve evincersi dal testo.

A quale codice comportamentale mafioso corrisponde la “buona educazione”?
Non vorrei creare didascalie per la lettura del romanzo. Mi sembra che il lettore possa intuire da sé cosa vuol dire “educazione” per i personaggi del romanzo, siano essi mafiosi o no.

Cita lo storico quotidiano “L’Ora”: che ricordo ne ha?
Un pallido ricordo, per motivi anagrafici. Però non mi piaceva usare giornali attualmente in edicola. “L’Ora” è rimasto un nome che evoca battaglie civili, antimafia e resistenza, ed è ciò che mi serviva.

La strage del romanzo avviene il 23 maggio: qualche riferimento – anche involontario – a quella di Capaci?
Ancora una volta, niente didascalie. Eventuali riferimenti sono lasciati alla sensibilità del lettore.

Saro Trionfante aderisce ad “Addiopizzo” è vero e puro sarcasmo: non ci si può fidare neanche di queste associazioni?
Non è sarcasmo. Personalmente mi fido dei ragazzi di Addiopizzo, mi sembra gente in gamba. Però non mi stupirei se un Saro Trionfante esistesse davvero: non è certo una novità la mafia che fa l’antimafia. C’è un eccellente capitolo del libro “I complici” di Lirio Abbate e Peter Gomez che ne parla. È molto istruttivo.

A quale dei personaggi “positivi” si sente più vicino? e a quale fra quelli “negativi” guarda con più clemenza?
A nessuno: per me tutti i personaggi sono uguali, e credo che così debba essere per scrivere un buon romanzo.

Le canzoni citate nel libro sono la sua personale colonna sonora?
No, alcune mi piacciono, altre non mi piacciono per nulla. Sono la colonna sonora dei personaggi.

Come scrittore in che si vede diverso e più maturo rispetto al primo romanzo “Il sangue degli altri”?
In molte cose. Nella lingua, nella gestione della trama, nella capacità di inventare buoni personaggi, nell’asciugare il testo il più possibile (cosa che ritengo fondamentale). Ogni romanzo deve essere migliore del precedente, credo sia un dovere”.

Continente Sicilia

Intervista di Fabrizio Blandi per Sicilia on Line.

“Cos’è la Sicilia? Cosa la sicilianità? Da sempre gli scrittori nostrani si interrogano sul tema. Dai veristi ai post-moderni, la Sicilia ha fatto scrivere ai Siciliani (e non solo, si badi bene) pagine. Questa terra, che è un’isola, ma non troppo, è, forse meglio, uno stato d’animo. Essere siciliani è vivere l’isolanità con peculiare senso di orgoglio e ad un tempo di arrendevolezza e contrarietà verso una situazione a tratti penalizzante, un isolamento cercato e rifuggito. Cosa possono fare pensare infatti i conti Fabrizio del ben noto “Gattopardo”, Francesco Paolo Perez e l’abate Vella del “Consiglio d’Egitto”?

La Sicilia è nella testa, allora, così tanto che non può andarsene: c’è e ci resterà per sempre. È un codice linguistico, un modo di fare, urtante alle volte, che può portare a morire anche. Ma la sicilianità, al di là delle retoriche, non è quella dei luoghi comuni (pizza, mafia, mandolino), ma un senso più ampio, che coinvolge indifferentemente vittime e carnefici, mafiosi e uomini di legge. Non appartiene in percentuale maggiore all’una o all’altra categoria, lo è, semmai, in maniera differente. La sicilianità è un vestito, e come tale sta ad ognuno in maniera differente. Il nostro, quello di questa rubrica, sarà un viaggio attraverso la sicilianità, attraverso la vita in questa terra, non seguendo – si spera – canoni tradizionali.

Il nostro primo esempio di sicilianità è Antonio Pagliaro e il suo libro “I cani di via Lincoln”, edito da Laurana Editore.

Antonio, partiamo da questo: “Quando nessuno è innocente, fare giustizia non è possibile”, comincia così la recensione del tuo libro. Fare giustizia in questo momento in Sicilia è una cosa impossibile per via di questi Siciliani? Fare giustizia è impossibile perché gli attori in campo – mi riferisco al tenente Cascioferro e a tutti i carabinieri come Cascioferro – sono in realtà sono incapaci di uscire dalla loro “mentalità mafiosa”, in un certo senso, o è possibile fare giustizia anche a partire da queste condizioni?
Secondo me il punto non è che sono impossibilitati a uscire dalla loro mentalità mafiosa. Il punto è che sono imbrigliati in un sistema di collusioni che è troppo forte per singole persone, sia essa un carabiniere o anche un comando di carabinieri, così come un magistrato o un pool di magistrati. È difficilissimo sradicare queste collusioni, credo, ma non solo in Sicilia. L’arresto di Bisignani è una cosa veramente sorprendente per la profondità dell’inchiesta, per la capacità democratica del Paese, perché, dopo quasi vent’anni in cui in Italia comanda un gruppo di potere colluso, avere ancora questi anticorpi democratici che consentono di arrestare uno come Bisignani, di fare inchieste di questo tipo è quasi un miracolo. Significa veramente che i padri della Costituzione sono stati molto lungimiranti.

Ecco, parlando proprio di Bisignani, da quel che risulta dalle intercettazioni pubblicate, sembra quasi un cattivo grottesco, comico, sicuramente lo è molto più dei personaggi dei Servizi segreti deviati del tuo libro. È molto più “all’italiana”.
La storia si ripete sempre due volte: prima tragedia e poi farsa, come disse Karl Marx. Se pensi alla storia dei Servizi segreti in Italia e non solo, penso anche alla P2 e a tutti gli ambienti legati alla P2, è una storia di stragi. Bologna, Ustica e tante altre erano legate alla P2 o ai Servizi segreti deviati, c’era sempre una connessione. Questa è la prima parte, la tragedia. La seconda volta abbiamo una specie di comico a Palazzo Chigi, che certo è pericolosissimo, però è una specie di farsa, una replica in forma di farsa di quello che è avvenuto prima.

Secondo te la Sicilia, l’Italia è in grado di vincere la battaglia con le mafie o sarà sempre costretta a rimanere un passo indietro?
Il problema non è solo la mafia propriamente detta, quanto questa serie di relazioni mafiose o quasi mafiose che interessano ormai tutti i sistemi. Puoi arrestare cento latitanti, ma non hai fatto quasi nulla. Se si può sconfiggere è una domanda da un milione di dollari. Certo, come dicevo prima, la vicenda di Bisignani mi ha dato grande fiducia, vuol dire che gli anticorpi democratici sono ancora vivi. Per cui aspettiamo e vediamo. È possibile, ma non ci giurerei.

Com’è possibile per il cittadino comune, nei piccoli gesti quotidiani, ridimensionare, certo non sconfiggere, il fenomeno mafioso, paramafioso, massone?
Ci sono tante piccole cose che possono aiutare. Intanto non pagare il racket, se hai una piccola attività, è fondamentale. Non è facile, non si può chiedere a tutti di essere eroi, ma in certe zone “bene” della città è possibile, in questo momento storico, aderire ad AddioPizzo e non venire fucilati.

Ti interrompo. Fai dire al “cane di via Lincoln” che le sue società aderiscono ad AddioPizzo, perché lui il racket non lo paga, e quindi viene da pensare: se i mafiosi sono entrati nel sistema della legalità e dell’antimafia, che cosa bisogna fare?
Questa è una storia inventata, io non so se ci sono dei mafiosi che aderiscono ad AddioPizzo. Sicuramente, però, c’è un capitolo de “I complici” di Lirio Abbate che parla dell’antimafia fatta dai mafiosi. Un capitolo molto istruttivo. A parte questo, però, non pagare il racket è fondamentale non tanto perché sia rilevante per un’associazione che vive soprattutto di grandi affari e traffici. Alla fine il racket è poca cosa, ma rappresenta il controllo del territorio, ribadire che sono i padroni. Quindi togliere loro questa certezza è già molto. E poi bisogna evitare tutti quegli atteggiamenti per cui avere un amico in un ufficio ti consente di accederci, cosa che in Italia è difficilissimo da sradicare, anche perché purtroppo, se non hai un amico, accedere all’ufficio in Italia diventa quasi impossibile. Andrebbe riformata la società civile e i servizi, ovvero pensare all’accesso ai servizi come un tuo diritto, e i Siciliani in questo sono particolari, perché non ne hanno idea. Un funzionario di un ufficio pubblico che ti dà un servizio ti sta facendo un favore.

A proposito dei Siciliani, nella recensione del tuo libro per “Magazine 21” che ha fatto Ambra Carta, si parlava di codice linguistico, ossia del regno dell’incomprensione tra i tre piccoli “mondi”, i Cinesi, i mafiosi e le Istituzioni. Mi chiedo: è possibile cambiare le cose utilizzando il codice linguistico di queste associazioni, quindi capendolo e scardinandolo? Ma, con la mafia globalizzata, è ancora quel codice linguistico, quello tradizionalmente mafioso, ad essere il principale linguaggio delle mafie?
Se ci si riferisce alla mafia militare, è imprescindibile comprendere il codice. Capire sia il siciliano, sia il modo di parlare, molto allusivo. Giovanni Falcone da questo punto di vista era un vero esperto. Capiva così bene quei meccanismi che era difficile sfuggirgli. Poi ci sono le cosiddette camere di compensazione, ovvero dei livelli in cui la mafia parla con quelli che Scarpinato chiama i “sepolcri imbiancati”, i colletti bianchi, che magari non capiscono perfettamente il codice mafioso, ma hanno qualcuno che fa da tramite, per cui dipende dai livelli. La competenza più importante è quella economica, capire dove va il denaro, essere capaci di seguirlo, capire come viene riciclato, conoscere il funzionamento delle società off-shore, tutte cose estremamente complicate. Per un magistrato, che non ha una laurea in Economia, sono indagini complesse. Ci vogliono dei magistrati che capiscano di economia e finanza quanto esperti del settore e che siano capaci di leggere documenti finanziari anche in altre lingue.

Se le mafie hanno il potere economico, però, è l’Antistato a governare sullo Stato, almeno così pare. O ci sono delle isole felici da qualche parte? O, ancora, ci stiamo illudendo che tutto stia andando per il meglio, salvo poi essere riportati alla dura realtà dall’uccisione dell’eroe di turno?
In questo momento, sinceramente, non vedo eroi a cui si possa sparare. Ci sono delle sacche di resistenza molto attive, ma la rivoluzione deve avvenire dalla partecipazione popolare. Non si possono aspettare Falcone e Borsellino. Falcone e Borsellino diventano pericolosi quando riescono a seguire i flussi economici delle mafie, per questo muoiono, e quando la gente li segue, cosa che avviene solo dopo la loro morte, dato che prima erano osteggiati dalla Palermo bene. Oggi credo ci sia una reazione possibile. I referendum, le amministrative di Milano, eleggere Pisapia è qualcosa di incredibile, di eccezionale.

Come lettore mi sono chiesto quale sia stato da parte tua l’obiettivo che ti sei posto dalla scrittura de “I cani di via Lincoln”?
Volevo raccontare intanto una storia avvincente, dato che è l’unico modo per farsi leggere, e che raccontasse il fenomeno mafioso non a livello superficiale, ossia non la mano militare, i buoni e i cattivi ed una storia da fiction televisiva. Non questo, ma il livello più alto, quello appunto dei “sepolcri imbiancati”, come dicevamo prima, ovvero il rapporto tra la mafia e alcune parti della massoneria, il magistrato che sta in Procura ad ascoltare per riferire a chi di dovere, il carabiniere onesto che sa che ha un’intercettazione molto scottante e deve lottare e stare attento, perché da un momento all’altro può sparire per sempre.

Il tuo libro lascia un senso di frustrazione forte. Ad un certo punto il lettore si trova quasi a pensare, come il tenente Cascioferro, che non ci voglia la giustizia ordinaria per chi commette certe nefandezze, ma uno spirito violento, quasi da giustiziere mascherato. Tu stesso non ti sei arrabbiato a scrivere una storia del genere? Quanto è verosimile per te un’opportunità di reazione violenta?
Non credo che in Italia ci sia un pericolo di reazione violenta, almeno fino a quando si riesce a portare il pane a tavola, per quanto la povertà sia in aumento. Non è la mafia che può creare una reazione violenta, è la fame, la crisi economica, che ovviamente dipende anche dalla mafia, per quanto il popolo non abbia questa percezione e non colleghi subito la mafia a questa situazione. Anzi, a volte pensi il contrario: è la mafia dà lavoro. È più facile collegare la crisi al Governo e reagire violentemente contro il Governo, che non è esattamente la stessa cosa che farlo contro la mafia. Mi sono arrabbiato molto a scrivere una storia così, certo. L’Italia tra l’altro ha una tradizione di narrativa “consolatoria”, ovvero pubblica più facilmente racconti in cui alla fine tutto si risolve bene, più gialli che neri. Penso a Carofiglio, consolatorio per eccellenza, Camilleri, senza giudicare la qualità degli scritti, stiamo parlando solo di genere letterario. A me piace molto di più la letteratura che ti inquieta, ti lascia un fondo di amarezza e questo lo fa molto bene il noir francese, quello di J.P. Marchette, di André Héléna e di molti altri, cui io mi ispiro. Sono dei libri che per i nostri standard “finiscono male” e che, se in Italia li scrive un Italiano, non vengono pubblicati, perché l’editore pensa che un libro con un finale così amaro non venda.

L’ultima domanda. Fossi tu il legislatore, su quale problema concentreresti adesso la tua azione di governo, se volessi cambiare questo stato di cose?
Lasciamo perdere per un attimo la criminalità organizzata. Credo uno dei problemi su cui concentrarsi sia il precariato, gente che arriva a quaranta, cinquant’anni con contratti di lavoro rinnovati di sei in sei mesi. Questo ha una serie di ripercussioni non solo su loro stessi, ma sull’economia in generale e questo, quindi, è un tema importantissimo, perché le banche non concedono il prestito, non guadagnano sugli interessi, creando una serie di problemi a cascata. Paradossalmente credo saranno proprio le banche a risolvere il problema del precariato, dettando l’agenda politica a favore delle assunzioni. Ma ci sono così tanti problemi che non riesco a dare una vera priorità. In Sicilia parlerei di appalti, che vengono dati sempre agli amici degli amici, quindi fare una legge di maggior rigore, che preveda criteri di trasparenza più decisi di quelli attuali. E ancora la privatizzazione selvaggia. In questo senso sono “sovietico”: tutti i servizi devono essere dello Stato e devono ovviamente funzionare. Non bisogna fare in modo che non funzionino per poi cederli ai privati. L’acqua dev’essere dello Stato, le scuole devono essere pubbliche, la ricerca dev’essere pubblica, le Università devono essere pubbliche. Tutto ciò che è servizio deve essere pubblico. Uno Stato che funziona e che ti dà dei servizi pubblici adeguati, con una tassazione adeguata e con una lotta all’evasione fiscale che funzioni credo che non sia una cosa non fattibile. Non c’è la volontà”.

Leggi su Sicilia on Line (link)

I cani a Palermo non parlano la stessa lingua

Ambra Carta sul magazine 21 (scarica il pdf):

“Più che un giallo, il romanzo di Antonio Pagliaro è una fotografia crudele della Sicilia delle stragi di mafia. Nel fitto labirinto di vicoli del centro storico di Palermo, si intreccia un ordito narrativo il cui filo rosso è l’incomprensione di codici linguistici e, soprattutto, morali.

I cani di via Lincoln è uno di quei romanzi che, secondo il cliché del libro “giallo”, si legge tutto d’un fiato. Ma la prima eccezione la riscontriamo notando che durante la lettura sparisce la fretta di voltare pagina. Analogo discorso riguarda le altre proverbiali urgenze del genere poliziesco: scoprire il colpevole, sciogliere l’enigma. Rassicuriamo subito i lettori: ci sono le vittime e i criminali, ci sono gli investigatori, i poteri deviati e quelli integerrimi. Ma l’enigma vero e proprio non è di quelli risolvibili con gli strumenti consueti, e il lettore una volta tanto non è chiamato ad immedesimarsi con il burbero e infallibile poliziotto: deve farsi interprete.

Il romanzo rivela la regia di uno scrittore già esperto del gioco della tensione, quanto di quello della ricostruzione documentale e civile di una delle più tragiche stagioni della nostra storia recente: la guerra di mafia che macchiò Palermo del sangue dei morti ammazzati, scoppiata negli anni Ottanta e culminata con l’eccidio dei giudici Falcone e Borsellino nel 1992.

La trama prende avvio dalla strage di cinesi avvenuta la notte del ventitré maggio a Palermo in via Lincoln, uno di quegli squarci ancora aperti nel fitto intrico di vicoli e macerie del centro storico, dove spira di continuo l’odore acre di immondizia marcescente e i bambini giocano spensierati con i cani randagi. Questa la città che Pagliaro ha scelto, e non avrebbe potuto essere altrimenti, perché è in questi luoghi che si salda un passato non troppo lontano a un presente che sembra cristallizzato.

L’originalità di Pagliaro non sta soltanto nella capacità con cui ha saputo cucire un ordito intricato e complesso, fatto di piani temporali paralleli che si intrecciano continuamente, ma nel proporre una chiave di lettura sfaccettata: l’incomprensione. Un’incomprensione radicale di codici linguistici, che troviamo declinata in mille varietà: dalla lingua delle vittime straniere, all’intraducibilità del messaggio mafioso, dal silenzio omertoso e allusivo, all’intransigenza di chi rifiuta di “capire”.

L’incomprensione scatena la rappresaglia, la vendetta, la carneficina. E’ perché i cinesi non comprendono il linguaggio mafioso dell’avvertimento, che il capo mandamento di Corso dei Mille compie la strage del ristorante cinese. E’ la diversa cultura di appartenenza che determina l’attentato alla sostituta procuratrice continentale, che della Sicilia e del suo tessuto malato non comprende la cosa più importante: i cifrari muti che articolano la vita della sua gente, abituata da sempre a non spezzare il filo, a decifrare anche il silenzio, per restare in vita e magari credere pure di essere libera. I cani di via Lincoln, nella crudele fotografia che restituisce, è questo che non lascia intravedere: la speranza di un cambiamento, la possibilità di credere in una civiltà della giustizia e della libertà. Forse spetta al lettore il compito di interpretare testi, tracce e lingue per immaginare un codice diverso”.

Un giallo coinvolgente e ricco di colpi di scena

Recensione de “i cani di via Lincoln” di Maria Guidi sul sito “Libri e Recensioni“:

“Seconda opera di Pagliaro, I cani di via Lincoln ha la forza narrativa che viene fuori, purtroppo, dall’avvicinarsi troppo alla realtà. In un romanzo che mescola mafia siciliana e cinese, con un intreccio credibilissimo e ben curato in ogni dettaglio, l’autore dà vità da un giallo coinvolgente e ricco di colpi di scena.
E’ difficile identificare un protagonista, in quanto tutti i personaggi hanno un ruolo preciso e sono ben caratterizzati, da Lo Coco a Cascioferro, dalla Rubicone a Saro Trionfante o Leone Davì (inquietante!). Persino la figura di Bobby Internescional, la cui presenza non è necessaria ai fini dell’indagine, si rivela però – insieme alle espressioni dialettali e agli spaccati di vita quotidiana – fondamentale per dare concretezza all’insieme.
L’autore cura, infatti, ogni aspetto della narrazione, dedicando molta attenzione sia a dettagli che possono, a prima vista, apparire superflui, che ai dialoghi; ecco quindi che, tra un ordine ufficiale e una battura ironica, tra una frase formale e un commento salace in siciliano, la trama acquista profondità. Protagonista si rivelerà, alla fine, la storia stessa, quell’intreccio di vite, di eventi e di persone che compongono un romanzo fin troppo realistico, anche nell’epilogo. L’unica figura poco più che accennata è quella del Vecchio, colui che sta dietro a tutto. Di lui si parla poco, non viene mai nominato apertamente, si intravede appena… ma non è forse, anche questo aspetto, terribilmente aderente al vero?
Un ottimo romanzo, ben scritto, scorrevole e avvincente. (M.G.)”

Storia di mafia che fonde noir e ritmi serrati

La SesiaGuido Michelone recensisce il romanzo “I cani di via Lincoln” su La Sesia, il giornale di Vercelli (scarica il pdf):

“Giunto al secondo romanzo, dopo “Il sangue degli altri” il quarantaduenne palermitano Antonio Pagliaro conferma le positive impressioni dell’esordio narrativo.

Con “I cani di via Lincoln” (edizioni Laurana) accentua la genuina vocazione al romanzo sociale in grado di fondere noir e realismo con un ritmo letterario sostenuto, che sembra quasi preludere a una sceneggiatura cinematografica. Il contenuto del libro è complesso, benché di piacevolissima lettura: non è facile da riassumere, essendo un romanzo corale, ossia una vicenda incentrata almeno su quindici personaggi di primaria importanza e altrettanti di significante contorno. Il tutto si svolge nella Palermo dei nostri giorni, senza peraltro alludere a persone reali: in una nota sin dalla prima pagina Pagliaro tiene e precisare che non ci sono riferimenti diretti a figure esistenti, pur tratteggiando in generale un racconto plausibilissimo dal punto di vista delle dinamiche criminali, geosociali, etnoculturali.

Partendo dal titolo, l’autore fa capire subito che la vicenda si svolge alternatamente su due fronti, guerrescamente tra due fuochi, che sono poi quelli denominati nei 22 capitoli, quasi tutto il libro tranne la premessa (un flash-foward) e l’epilogo che si chiama come il libro proprio perché i due ambienti si ricongiungono.

Da un lato dunque esiste “Via Lincoln”, dall’altro “I Cani”: la prima (capitoli dispari) è il luogo di un regolamento di conti all’interno di un ristorante cinese; “I Cani” (capitoli pari) sono un lugubre richiamo malavitoso: animali uccisi e appesi agli alberi in segno di avvertimento sulla pericolosità a sgarrare. In via Lincoln, simbolicamente, agiscono le forze del bene ossia il simpatico tenente dei Carabinieri Nino Cascioferro che, aiutato da svariati collaboratori (dall’amico giornalista alla sostituta procuratrice, dal fido maresciallo al medico della scientifica) avvia e segue le indagini; “I Cani” vedono in azione le forze del male, con un’ottima descrizione dei rituali e dei codici che presiedono a un parastato fraudolento organizzatissimo.

E il libro procede, come un montaggio parallelo di un film gangster, alla scoperta di intrighi e traffici, di connivenze e spietatezze, attraverso uno stile narrativo talvolta freddo e asciutto come si conviene al genere poliziesco all’americana, talaltra recuperando un sottile umorismo non disgiunto dal vernacolo siciliano dei dialoghi, secondo l’ormai ultradecennale insegnamento di Andrea Camilleri. Alla fine, dopo una messinscena coinvolgente che passa da sorpresa in sorpresa, non è arduo constatare come oggigiorno sia soprattutto la fiction a interpretare la realtà, meglio di qualunque altro medium (televisione compresa).”

Il lato peggiore dell’anima nera di ogni paese: che sia Cina, Italia o resto del mondo

Carla Casazza parla dei “cani di via Lincoln” su Scrivere è vivere:

“A Palermo niente è bianco o nero, non c’è netta demarcazione tra “buoni” e “cattivi” e a volte per le forze dell’ordine è davvero difficile fare giustizia. Lo sa bene il tenente Cascioferro che si trova tra le mani un’idagine spinosissima: nel ristorante Grande Pechino viene compiuta una strage a colpi di kalashnikov, i morti sono otto, di cui sei cinesi, un giornalista, un altro uomo che è stato reso irriconoscibile. La moglie del giornalista è in fin di vita. E’ stato Trionfante, boss della zona, a ordinare la strage? Perchè? Se così non è il boss al più presto reagirà. Nell’attesa di nuovi sviluppi Cascioferro scopre intrecci tra mafia siciliana e cinese, traffici macabri, delicati equilibri che rischiano di rompersi. Ma anche collusioni difficili da sconfiggere persino se si ha una coraggiosa PM come alleata nella lotta. Perchè anche i più coraggiosi non hanno armi per difendere sè stessi e i propri cari. E non è vero che la giustizia trionfa sempre.
Antonio Pagliaro racconta nel suo stile scabro, crudo e senza censure, in modo efficace e coinvolgente, una vicenda che è anche il ritratto di una certa Sicilia, il lato peggiore della Sicilia. Il lato peggiore dell’anima nera di ogni paese: che sia Cina, Italia o resto del mondo”.

Un noir terrificante e sofisticato

PUBSu PUB Per Ubriachi Bibliofili, sito degli studenti dell’Università di Tor Vergata, Laura Frustaci parla del romanzo “I cani di via Lincoln”.

“Uno spaccato della Palermo dei giorni nostri, dove mafie nuove e vecchie si intrecciano. Un noir/thriller da leggere tutto d’un fiato grazie al ritmo serratissimo con cui l’autore ci conduce dentro il mondo della mafia siciliana e cinese. In via Lincoln ad avere il controllo è la famiglia Trionfante, con i fratelli Saro e Innocenzo, detti “i cani”. I negozi versano a loro il pizzo, se c’è da compiere un omicidio il permesso va chiesto a loro, se qualcuno sgarra sono loro a punire. Ma i due cani trovati impiccati alle lanterne del ristorante Grande Pechino sono un chiaro avvertimento. Il giorno dopo, nel ristorante, avviene la strage. Otto morti crivellati da colpi di kalashnikov: sei cinesi, un uomo con il volto reso irriconoscibile dai colpi d’arma da fuoco e il giornalista italiano Sortino. Protagonista delle indagini è il tenente Cascioferro, un uomo che non sempre domina le emozioni, che maledice il suo mestiere, la sua città e soprattutto la giustizia, che poi così giusta non è. Vorrebbe acciuffare i colpevoli con le sue mani, ma sa che non può farlo; la corruzione coinvolge tutti, buoni e cattivi, e la scoperta dei colpevoli non porta con sé la possibilità di punirli.

L’autore crea un romanzo corale, spostando di volta in volta il punto di vista narrativo dal tenente Cascioferro agli altri protagonisti della vicenda. La sua scrittura graffiante, anche grazie all’uso del dialetto, si adegua a tutte le situazioni, alternando toni e registri, avvalendosi di un linguaggio crudo nelle descrizioni, scarno e diretto. Un noir terrificante, sofisticato, che fa luce su come la mafia cinese si sia ben radicata e addirittura intrecciata con quella siciliana. Merita veramente l’attenzione dei lettori”.

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