i cani di via lincoln

un romanzo criminale

Archivio per giugno, 2011

I cani a Palermo non parlano la stessa lingua

Ambra Carta sul magazine 21 (scarica il pdf):

“Più che un giallo, il romanzo di Antonio Pagliaro è una fotografia crudele della Sicilia delle stragi di mafia. Nel fitto labirinto di vicoli del centro storico di Palermo, si intreccia un ordito narrativo il cui filo rosso è l’incomprensione di codici linguistici e, soprattutto, morali.

I cani di via Lincoln è uno di quei romanzi che, secondo il cliché del libro “giallo”, si legge tutto d’un fiato. Ma la prima eccezione la riscontriamo notando che durante la lettura sparisce la fretta di voltare pagina. Analogo discorso riguarda le altre proverbiali urgenze del genere poliziesco: scoprire il colpevole, sciogliere l’enigma. Rassicuriamo subito i lettori: ci sono le vittime e i criminali, ci sono gli investigatori, i poteri deviati e quelli integerrimi. Ma l’enigma vero e proprio non è di quelli risolvibili con gli strumenti consueti, e il lettore una volta tanto non è chiamato ad immedesimarsi con il burbero e infallibile poliziotto: deve farsi interprete.

Il romanzo rivela la regia di uno scrittore già esperto del gioco della tensione, quanto di quello della ricostruzione documentale e civile di una delle più tragiche stagioni della nostra storia recente: la guerra di mafia che macchiò Palermo del sangue dei morti ammazzati, scoppiata negli anni Ottanta e culminata con l’eccidio dei giudici Falcone e Borsellino nel 1992.

La trama prende avvio dalla strage di cinesi avvenuta la notte del ventitré maggio a Palermo in via Lincoln, uno di quegli squarci ancora aperti nel fitto intrico di vicoli e macerie del centro storico, dove spira di continuo l’odore acre di immondizia marcescente e i bambini giocano spensierati con i cani randagi. Questa la città che Pagliaro ha scelto, e non avrebbe potuto essere altrimenti, perché è in questi luoghi che si salda un passato non troppo lontano a un presente che sembra cristallizzato.

L’originalità di Pagliaro non sta soltanto nella capacità con cui ha saputo cucire un ordito intricato e complesso, fatto di piani temporali paralleli che si intrecciano continuamente, ma nel proporre una chiave di lettura sfaccettata: l’incomprensione. Un’incomprensione radicale di codici linguistici, che troviamo declinata in mille varietà: dalla lingua delle vittime straniere, all’intraducibilità del messaggio mafioso, dal silenzio omertoso e allusivo, all’intransigenza di chi rifiuta di “capire”.

L’incomprensione scatena la rappresaglia, la vendetta, la carneficina. E’ perché i cinesi non comprendono il linguaggio mafioso dell’avvertimento, che il capo mandamento di Corso dei Mille compie la strage del ristorante cinese. E’ la diversa cultura di appartenenza che determina l’attentato alla sostituta procuratrice continentale, che della Sicilia e del suo tessuto malato non comprende la cosa più importante: i cifrari muti che articolano la vita della sua gente, abituata da sempre a non spezzare il filo, a decifrare anche il silenzio, per restare in vita e magari credere pure di essere libera. I cani di via Lincoln, nella crudele fotografia che restituisce, è questo che non lascia intravedere: la speranza di un cambiamento, la possibilità di credere in una civiltà della giustizia e della libertà. Forse spetta al lettore il compito di interpretare testi, tracce e lingue per immaginare un codice diverso”.

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