i cani di via lincoln

un romanzo criminale

Romanzo criminale

romanzo criminaleSalvatore Ferlita recensisce “I cani di via Lincoln” sull’edizione palermitana del quotidiano “La Repubblica” del 9 gennaio 2011. Scarica il pdf.

“La prima cosa da dire potrebbe essere questa, pressappoco: leggete “I cani di via Lincoln” (Laurana editore, 276 pagine, 16,50 euro) di Antonio Pagliaro perché non si tratta del solito noir. Questa volta infatti, sullo sfondo di una Palermo sempre più ostile e urticante, ci sono i cinesi: finalmente uno che se n’è accorto, viene da dire, che s’è guardato intorno, che ha preso spunto dalla presenza sempre più massiccia degli orientali, per raccontare una storia che, dall’inizio alla fine, gronda sangue e violenza. Certo, un ragionamento del genere non farebbe una grinza. Metterebbe al riparo dai sensi di colpa chi ancora guarda al genere poliziesco con sospetto, innescando una sofferta ma liberatoria resipiscenza sulla base dello spessore antropologico dell’opera, dell’impietosa e verosimile radiografia sociale e criminale offerta al lettore. Per non dire del finale, su cui per deontologia professionale non ci si può dilungare: crudo e respingente, per niente “consolatorio”.

Per farla breve: “I cani di via Lincoln”, pur appartenendo alla letteratura di genere, non è un romanzo come gli altri. Come dire: commettetelo pure questo peccato, tanto si tratta di una trasgressione veniale. Se esiste un confessore per lettori pentiti, rivolgetevi a lui genuflessi e con la cenere sul capo: non vi negherà di certo l’assoluzione. Fin qui, per i lettori snob e farisei. Per quelli che invece non hanno pregiudizi, che se ne infischiano delle ramanzine dei censori, diciamo che questo secondo romanzo di Antonio Pagliaro va letto e basta. Va letto perché l’autore, che è cresciuto rispetto alla sua opera d’esordio, limando la scrittura, lavorando su certi piccoli difetti, asciugando sbavature, pigiando meno sul pedale del macchiettismo, è riuscito a costruire una storia che regge dall’inizio alla fine, con un ritmo fatto di accelerazioni e improvvise frenate, di digressioni e di vertiginosi abbrivi; guardando alle cose e ai personaggi da una specola che consente lo sguardo corale senza però rifiutare i punti di vista esclusivi.

A dare la stura al romanzo, una carneficina consumatasi all’interno del ristorante Grande Pechino di Palermo: due carabinieri, per caso, scoprono il massacro, otto corpi senza vita, crivellati a colpi di kalashnikov e una donna ridotta molto male. Il tenente Cascioferro, già protagonista del romanzo precedente (“Il sangue degli altri”), prova a leggere la sintassi nascosta della scena del crimine. Lui è un carabiniere, dovrebbe avere nervi saldi e stomaco forte. E soprattutto, una fede incrollabile nella giustizia. Ma non è così: Cascioferro è uno che non sempre domina le emozioni. Trovandosi infatti nel bel mezzo di un’altra scena del crimine, Cascioferro piange, maledice il suo mestiere, la sua città, la giustizia ingiusta. Vorrebbe acciuffare su bito i colpevoli e strangolarli con le sue mani. «Sa che non dovrebbe pensarlo. Sa di rappresentare lo Stato. Sa di essere la legge. Eppure lo pensa»: ecco chi è Cascioferro. Ma torniamo ai cinesi, che a Palermo hanno colonizzato strade e vecchi negozi, garage in disuso e palazzine fatiscenti.Che comprano andandosene in giro con ventiquattrore zeppe di contanti, che stringono amicizie compromettenti. Che nascono numerosi, a Palermo, e che sembra non muoiano mai. Avete mai assistito a funerali cinesi? Dove vanno a finire i cinesi, una volta defunti? Sembrerebbe una domanda banale, alla stregua di quella che nel capolavoro di Salinger si pone il giovane Holden: «Chissà dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra?». Eppure si tratta di un interrogativo inquietante, di una domanda radicale. La strage di cinesi, dunque: se qualcuno ammazza qualcun altro in via Lincoln, ragiona tra sé e sé Cascioferro, la famiglia Trionfante (quella del boss) deve esserne a conoscenza. O è in qualche modo coinvolta, oppure già si muove per preparare una controffensiva, per ristabilire i vecchi equilibri. Tra i morti ammazzati, c’è pure un giornalista. A fare poi da contorno, personaggi di tutti i tipi. A cominciare dal presidente della Regione, Salvino Cusimano, sorpreso quasi all’inizio del romanzo nel retrobottega di un negozio di abiti, a conversare confidenzialmente con una specie di mammasantissima. O che entra e esce da uno dei suoi alberghi: “intelligenti pauca” verrebbe da dire. L’inchiesta si fa via via sempre più trascinante e compromettente, e Palermo diventa una minacciosa foresta di interessi e traffici illeciti, con una sua rigorosissima cartografia del delitto e dell’immoralità.

Il sistema dei personaggi messo su da Pagliaro è quasi perfetto: da Giuseppe Miola, maresciallo dei carabinieri, a Edo Grandinetti, tenente del Sis, da Elisa Rubicone, sostituto procuratore, a Luca Leone Davì, capo di Cosa nostra, dal giornalista Corrado Lo Coco alla sua fidanzata. Lo stile di Antonio Pagliaro è quello di non averne: la sua scrittura sembra possedere la forma dell’acqua. Si adegua a tutte le situazioni, sa farsi carico delle pronunce più diverse (alternando toni e registri), è precisa e icastica ma mai protocollare o peggio fintamente referenziale. E si avvale di emblemi forti, di inquietanti correlativi oggettivi (come i cani impiccati alle lanterne del ristorante cinese)”.

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