i cani di via lincoln

un romanzo criminale

Al palermitano di Cosa nostra invece sì, importa e come

Il magazine “Eventi”, allegato del quotidiano “La Sicilia”, ha dedicato due pagine al romanzo “I cani di via Lincoln” (e qualche riga a “Il giapponese cannibale”) nel numero in edicola dal 12 dicembre. Il pdf si può scaricare qui. Di seguito l’intervista di Tiziana Lo Porto.

Palermitano, classe 1968, Antonio Pagliaro ha vissuto a Roma, Catania, Edimburgo, Copenhagen e Utrecht. Poi è tornato a Palermo dove fa il ricercatore fisico. E lo scrittore. I cani di via Lincoln (Laurana editore) è il suo secondo romanzo, ambientato nella Chinatown di Palermo. “La mia idea era scrivere un romanzo di mafia – racconta Pagliaro – inserirci i cinesi mi è sembrato intessante perché i cinesi che non capiscono introducono un evidente motivo di conflitto. Se non percepisci la minaccia, è necessario renderla più grande o passare all’azione”.
Perché ha scelto l’arma dei carabinieri per il suo Cascioferro?
“La risposta più onesta è: non lo so. Forse perché quasi sempre il giallo italiano ha scelto la polizia? Forse perché ho copiato Sciascia? Però no, non c’è un motivo preciso. Se c’è, non me lo ricordo”.
Nel costruire Cascioferro si è ispirato a qualcuno?
“No”.
E nel costruire il personaggio di Corrado Lo Coco?
“Nemmeno. Tuttavia mi è successa una cosa strana. Al contrario che ne “I cani di via Lincoln”, nel primo romanzo, “Il sangue degli altri”, Lo Coco è protagonista e Cascioferro comprimario. Lo Coco fa un viaggio nella ex Urss, soprattutto in Cecenia. A romanzo pubblicato, trovai e vidi il film Cecenia (un film semisconosciuto come tutto ciò che parla di Cecenia) dove Gianmarco Tognazzi interpreta Antonio Russo, un giornalista ucciso mentre indagava sulle guerre cecene e colpevolmente dimenticato. Ecco, il personaggio di Tognazzi è anche fisicamente molto simile a come io avevo immaginato il mio Lo Coco”.
Il ristorante Grande Pechino che descrive nel romanzo, esiste veramente?
“No, o almeno se esiste io non lo so”.
Facendo ricerche per scrivere il romanzo si è fatto un’idea di quanto sia grande la comunità cinese a Palermo?
“Nella tesi di laurea citata alla fine del libro c’è un dato: nel 2001 il numero dei permessi di soggiorno rilasciati a cinesi in Italia è stato di 56208 di cui solo 229 a Palermo. Pochi: i cinesi non amano venire in Sicilia. Malgrado questo, in quasi dieci anni, i cinesi di Palermo sono già diventati quattromila. La zona di insediamento è sempre la stessa: via Lincoln. Nei primi anni 2000 erano pochi negozi, adesso sono quasi tutti”.
Secondo lei ai palermitani gliene frega qualcosa delle attività (lecite o meno) dei cinesi che vivono a Palermo?
“Dipende cosa intende per palermitani. Al palermitano medio no, non importa nulla. Si compra i jeans a buon mercato e finisce lì. Al palermitano di Cosa nostra invece sì, importa e come”.
Ha amici tra i cinesi che vivono a Palermo?
“No”.
Ha vissuto in giro per il mondo e poi a un certo punto è tornato a Palermo – quando è tornato c’era già la Chinatown che descrive nel romanzo?
“La Chinatown che descrivo nel romanzo è una Chinatown di fantasia e non credo che esista nemmeno adesso. Non credo in una presenza delle Triadi a Palermo. Fonti investigative dicono che non ci sono, almeno non ancora. I reati dei cinesi palermitani sono piccola cosa: falsificazione di marchio, contraffazione e violazione dei diritti d’autore. Tuttavia pare che esista comunque un’organizzazione con a capo un cinese “regolare” noto per la sua Mercedes e proprietario di un lussuoso appartamento, denunciato qualche anno fa nell’operazione “Estremo Oriente”. Forse è lui San Chu, la Testa del Drago, il numero 489? Se è lui, ne sentiremo parlare”.
Di mestiere fa il ricercatore fisico – quando scrive?
“La prima stesura sempre nei mesi estivi. E’ un momento che richiede concentrazione esclusiva. Dunque svegliarsi e andare a dormire con il romanzo in testa. Il resto, successive stesure e revisioni, riesco a farlo nel resto dell’anno nei ritagli di tempo”.
Quanto incide il mestiere che fa in quello che scrive?
“Potrei rispondere con una frase a effetto. Qualcosa come: scrivere un romanzo è un’indagine, come è un’indagine fare ricerca. Ma non lo faccio, perché alla fine credo che non ci sia davvero una relazione. Forse soltanto il rigore. Però magari è al contrario: il rigore, che in narrativa per me si traduce in asciuttezza della scrittura e precisione, non viene dalla formazione scientifica. Semmai è la scelta di una carriera scientifica che deriva dal bisogno di rigore e di precisione, bisogno che sento anche nella scrittura”.
Perché ha deciso di tornare a Palermo? Di solito chi va via, poi non ci torna.
“Se è vero che chi di solito va via poi non torna, è vero perché la maggioranza di chi va via non ha poi la possibilità di tornare. Siamo sempre una regione economicamente depressa. Credo invece che chi può tornare, almeno nella metà dei casi, torna. E’ la vecchia storia dei siciliani di scoglio e di mare. Io sono siciliano di scoglio, ho potuto scegliere e ho scelto di tornare, soprattutto per motivi familiari. Per la rete di affetti e perché mi era impossibile pensare di stare lontano dai miei genitori che invecchiano. C’è poi il fatto che al tempo in cui sono tornato Palermo sembrava vivere un rinascimento civile e culturale. Poi, poco dopo il mio rientro, forse per dispetto, i palermitani hanno scelto di votare il peggior sindaco della storia che ci ha velocemente precipitati nel baratro”.
In gennaio uscirà un suo nuovo racconto, Il giapponese cannibale (Senzapatria editore). Può anticipare qualcosa sulla trama?
“Il giapponese cannibale è la storia vera di Issei Sagawa, uno studente giapponese che nel 1981 viveva a Parigi per un corso post-laurea. Un giorno invitò a casa un’amica olandese di cui era innamorato per farle leggere poesie in tedesco, la uccise e la mangiò. E’ una storia terrificante non solo per l’omicidio e il cannibalismo, ma anche per tutto ciò che vi sta intorno, prima e dopo. L’infanzia del giapponese e la storia della sua vita dopo l’omicidio: il rientro in Giappone da uomo libero, il suo diventare recensore gastronomo e relatore al convegno “Cannibalismo e società post industriale” all’università di Tokyo. La sua carriera di pittore che firma i quadri con coltello e forchetta. La sua carriera di attore e regista porno: le immagini di un film lo mostrano, in un panorama di mulini a vento, leccarsi le labbra di fronte a una giovane olandese nuda. Il suo farsi ritrarre con la maschera di Hannibal e non ultima la sua trasformazione in autore cult di romanzi di successo”.

Annunci

No comments yet»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: