i cani di via lincoln

un romanzo criminale

Ti inchioda con uno stile asciutto, un ritmo senza tregua e una regia impeccabile fin dall’incipit

Su Mangialibri la recensione di Maria Ferragatta:

“In via Lincoln due cani impiccati alle lanterne rosse del ristorante Grande Pechino oscillano dolcemente nella brezza notturna. Si tratta di un avvertimento. Quella zona di Palermo è un mandamento del boss Saro Trionfante, dove è lui e solo lui a fare il bello e il cattivo tempo. Forse però i cinesi non colgono il messaggio. O forse credono di poterlo ignorare. Fatto sta che le conseguenze non si fanno aspettare ed è strage al Grande Pechino. Il tenente dei carabinieri Nino Cascioferro, sbattuto giù dal letto alle tre e mezza del mattino, una volta sul posto fa la matematica del delitto: otto persone crivellate come un colabrodo da una sventagliata di kalashnikov e un’altra in fin di vita. Arriva anche il magistrato di turno, Elisa Rubicone, notevole malgrado gli occhi impastati di sonno, e Cascioferro, benché ci siano cadaveri maciullati dappertutto, non può fare a meno di notare quanto siano grandi le sue tette. S’immagina che non sarà semplice condurre le indagini con quella polposa fiorentina. Venendo dal continente, la Rubicone ignora che certi delitti in odore di sgarro possono innescare conseguenze a catena da cui sarebbe preferibile tenersi a rispettosa distanza. Infatti l’ammazzatina al ristorante è solo la punta dell’iceberg di un guaio molto più grosso. Indizi e intercettazioni tirano in ballo Salvino Cusimano, presidente della Regione. Lui sa chi sia stato a sparare e perché, e ha il suo tornaconto a fare in modo che la faccenda si fermi al pm senza farci entrare la sbirraglia. Non deve assolutamente saltare fuori quello che succede a Villa Santa Rosalia, clinica di cui Cusimano condivide la proprietà col capo di Cosa nostra don Leone Davì sotto la protezione del Vecchio, ossia il Maestro venerabile Carlo Angelo Privitello. Cascioferro e la Rubicone stanno per mettere le mani su un affare scottante. E l’esperienza insegna che chi tocca il fuoco si brucia… I cani di via Lincoln è un libro che mette paura, ma paura sul serio. Nessun killer psicopatico può essere così spaventoso come questa strisciante connivenza fra mafiosi, politici e massoni che s’ingrassano (non solo di cannoli alla ricotta) e prosperano stringendo alleanza con la malavita cinese. Qui non c’è nulla dell’epica decadente del Padrino di Mario Puzo, solo la realtà nuda e cruda di una delinquenza stratificata ed espansa che strangola i bambini e li scioglie nell’acido. Vorresti che non arrivasse mai alla fine questo poliziesco duro e trucido, e non solo perché ti inchioda con uno stile asciutto, un ritmo senza tregua e una regia impeccabile fin dall’incipit, che anticipa circolarmente una delle ultime scene clou. Il fatto è che preferiresti procrastinare la conclusione perché già sospetti che, quando verrà, non premierà né i buoni né gli eroi. Sia chiaro, i giusti ci sono e Nino Cascioferro ed Elisa Rubicone ne sono due lodevoli esemplari. Il tenente con le sue ascelle sudate profumate di Drakkar Noir, il riporto scapigliato e i retaggi da maschio siculo che lo rendono molto sensibile dall’ombelico in giù alle femmine procaci. La procuratrice con la sua solitudine forzata di donna sotto scorta ma senza un uomo accanto, lo yogurt magro con cui tappa la fame di qualcosa che non ha, la caparbia tenacia di far valere la legalità in quell’isola omertosa dove per tanti la legge è un optional. Sì, i giusti ci sono ma restano al livello più basso della scala gerarchica. Più in alto c’è sempre qualche potente delle logge, delle istituzioni o dell’onorata società che tira le fila e con un ordine impartito a mezza bocca fa saltare per aria una testa scomoda, e non solo per metafora. Nella nota di prammatica Antonio Pagliaro si è premurato di assicurare che questa storia è finzione al cento per cento e che qualsivoglia riferimento è da ritenersi puramente casuale. Eppure tutto sa anche troppo di verità, una verità che insieme allo sconcerto smuove dentro una salutare incazzatura verso tutti i loschi intoccabili che da Sud a Nord lucrano col nostro destino. Qualcuno ha detto che la mafia italiana è la più conosciuta del mondo grazie al “supporto promozionale” (parole testuali) di tutta la letteratura in proposito, Gomorra in testa. I cani di via Lincoln potrebbe cacciare a questo illuminato sentenziatore un altro sassolino nel rialzo delle scarpe. Noi crediamo che si possa dare un segnale forte contro la mafia e i suoi autentici caporioni anche con la buona letteratura. Antonio Pagliaro lo ha fatto”.

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