i cani di via lincoln

un romanzo criminale

Un linguaggio fluido, efficace, intenso, con riuscitissimi dialoghi dalle incidenze locali e con tratteggi psicologici magistrali

Marilù Oliva recensisce il romanzo sul blog Carmilla on line.:

“i cani di via lincoln” (tutto in minuscolo) di Antonio Pagliaro è una storia di mafia ma soprattutto di umanità diverse in cui la criminalità spadroneggia con la collusione di potentati locali, politici, massoni e dell’usuale bassa manovalanza. In primo piano Palermo e le sparatorie, Palermo e i corpi crivellati, Palermo coi suoi quartieri caldi di fine maggio e i marciapiedi coperti da montagne di sacchetti di immondizia. Romanzo polifonico: tra le altre voci, un tenente dei carabinieri dalla moglie bruttissima, un giornalista, una sostituta procuratrice dal seno prosperoso, un presidente della Regione Sicilia, Salvino Cusimano, ora politico di destra ma che un tempo era stato fascista e poi si era piegato a secondo dell’opportunità (e dell’opportunismo) del momento. Un uomo che si prodiga alle folle di questuanti e ammiratori, sempre pronto a concedere e, all’occorrenza, poi a chiedere il conto. La criminalità si integra all’ambiente e due cani che altalenano al vento diventano la proiezione di un più cupo disegno: «Una brezza di tre gradi Beaufort scendeva dai monti, scombinava i capelli di due innamorati in attesa di un treno alla stazione centrale, soffiava sugli alberi secolari dell’Orto botanico, increspava di onde il laghetto delle ninfee in fiore, muoveva le foglie delle piante carnivore, sollevava le carte che cittadini avevano gettato sulla via e, giunta quasi al termine di via Lincoln, cullava i due corpi impiccati alle lanterne rosse».
E se i cani penzolano dalle lanterne di un ristorante cinese, Grande Pechino, e, a breve tempo, nello stesso ristorante si consuma una strage – otto persone massacrate a colpi di kalashnikov e una donna è in fin di vita –, il mistero si carica di ineffabilità.
L’autore, palermitano classe 1968, al suo secondo romanzo dopo “Il sangue degli altri” (Sironi), mette in atto una storia cruda con la naturalezza di chi ne conosce gli epiloghi. Il suo è un linguaggio fluido, efficace, intenso, con riuscitissimi dialoghi dalle incidenze locali e con tratteggi psicologici magistrali (vedasi ad esempio il capoclan Saro Trionfante e il figlioletto battezzato alla mafia).

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